La truffa sui tfr orchestrata dal governo
Il governo tende una trappola ai lavoratori dipendenti che firmeranno contratti dal prossimo luglio. Tra le altre notizie: Trump estende il travel ban anche alle persone palestinesi, la marcia indietro di Bernini sull’accesso a Medicina, e Spotify si trova al centro della guerra commerciale
Senza una vera e propria opposizione, il governo ha inserito in manovra un provvedimento di grande gravità e rilevanza per la previdenza italiana. Dal prossimo primo luglio, per i lavoratori dipendenti del settore privato alla loro prima assunzione scatterà un meccanismo di silenzio-assenso sull’adesione alla previdenza complementare. Il Tfr dei lavoratori non verrà più accantonato per essere poi goduto alla fine del periodo di lavoro, ma verrà fatto confluire nel fondo pensione previsto dal relativo contratto collettivo. In sostanza: anziché ricevere dei soldi una volta finito di lavorare, quei soldi verranno usati di fatto per finanziarsi la pensione come dei veri e propri contributi aggiuntivi. Resta, però, la possibilità di rinunciare a questa possibilità entro 60 giorni dalla firma del contratto. Secondo le stime, questa nuova trovata potrebbe portare a circa 100 mila nuove adesioni tacite aggiuntive ogni anno. (la Stampa)
L’obiettivo è spingere i lavoratori verso contributi di diverso tipo, con il sogno nemmeno troppo nascosto sia di aumentare il peso dei fondi pensione privati che far ricadere il costo delle pensioni sulle spalle dei lavoratori dipendenti. Lo scorso settembre, quando si iniziava già a temere questa iniziativa del governo, la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione aveva detto che “il TFR è salario differito, parte integrante della retribuzione: utilizzarlo in questo modo significa intaccare diritti certi senza risolvere nulla.” Il provvedimento entra appunto nel quadro di generale erosione dello stato sociale orchestrato dal governo, reso ancora più irritante dal fatto che Meloni e Salvini hanno fatto campagna elettorale promettendo di superare la legge Fornero. (Cgil)
Si può dire che l’abbiano superata a destra, visto che con un altro emendamento alla Legge di bilancio il governo ha anche stabilito che chi andrà in pensione anticipata a partire dal 2031 dovrà aspettare sei mesi per ricevere il primo assegno pensionistico, anziché i tre attuali. Come fa notare il Corriere della Sera, quindi una fonte molto moderata, “dal punto di vista dei conti pubblici, la logica è chiara. Ritardare la decorrenza dell’assegno consente di contenere la spesa previdenziale senza modificare formalmente i requisiti di accesso. È una scelta tecnica, meno visibile rispetto a un innalzamento dell’età o dei contributi, ma tutt’altro che neutra per chi pianifica il proprio futuro lavorativo. Per molti lavoratori con carriere lunghe e continue, la finestra mobile rappresenta già oggi una fase delicata: mesi senza stipendio e senza pensione, da coprire con risparmi personali o strumenti integrativi. L’allungamento progressivo rischia di ampliare questa zona grigia, soprattutto in assenza di ammortizzatori specifici.” (Corriere della Sera)
Per completare il quadro, anche il riscatto della laurea perderà peso per accedere a forme di pensione anticipata, beffando addirittura chi ha già fatto dei versamenti con quest’obiettivo, che dovrà versare di più per raggiungere lo stesso obiettivo. In sostanza, come fa notare Qn, “chi avesse riscattato 4 anni di laurea e puntasse a usarli per arrivare prima al requisito contributivo dell’anticipata, dal 2035 vedrebbe fino a 30 mesi di quel riscatto non utili per ‘fare numero’ sul requisito (pur avendoli pagati). Risultato: per anticipare davvero l’uscita potrebbe dover lavorare più a lungo di quanto preventivato.” (Quotidiano nazionale)