Come Israele lucra sugli aiuti a Gaza
Israele gestisce un sistema “parallelo” di spedizioni verso Gaza: i prodotti bloccati come aiuti umanitari possono entrare per canali commerciali. Tra le altre notizie: le prime cose da sindaco di Mamdani, meno dazi sulla pasta italiana negli Stati Uniti, e la chiusura dei canali all-music di MTV
Un’inchiesta del Guardian rivela che Israele sta gestendo un doppio sistema “parallelo” di spedizioni verso Gaza: da più di un mese le autorità israeliane hanno iniziato a permettere a commercianti di far entrare i beni faziosamente classificati come “dual use,” il cui ingresso nella Striscia continua a essere vietato alle organizzazioni umanitarie. Gli oggetti bloccati includono beni di prima necessità e altri oggetti di vitale importanza per gli sfollati — tra cui anche generatori e anche pali per tende, anche questi ultimi considerati una tecnologia che potrebbe essere usata in combattimento. Secondo il governo israeliano l’ingresso di questi beni andrebbe “controllato severamente,” ma i beni entrati tramite canali commerciali sono in vendita a Gaza e transitano dagli stessi 3 checkpoint israeliani che continuano a bloccare indefessi le spedizioni se marchiate come aiuti umanitari. Una fonte diplomatica del quotidiano di Londra, rimasta anonima, commenta che è “altamente improbabile” che questi import commerciali non stiano avvenendo con il consenso di Tel Aviv. Sam Rose, il direttore protempore dell’UNRWA a Gaza, ha dichiarato che “l’unico modo per ottenere un generatore è attraverso il settore privato,” e ovviamente, trattandosi di commercio di beni molto scarsi, ci sono ricarichi molto costosi da parte di chi li vende. “A quanto ho capito, si tratta degli interessi commerciali di tutte le parti — israeliani, egiziani, palestinesi — con alcune società di sicurezza che godono della protezione israeliana,” commenta Rose. Ahmed Alkhatib, dell’Atlantic Council, sintetizza: “Sappiamo tutti che Gaza era e sarà sempre un grande mercato per l’economia israeliana.” (the Guardian)
Tel Aviv continua a ostacolare l’invio di aiuti umanitari a Gaza: nei giorni scorsi riportavamo della messa al bando di 37 ONG internazionali, formalmente perché secondo le autorità israeliane non erano ancora a norma con i nuovi requisiti, molto stringenti, per operare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania — senza essere accusati di dare lavoro a miliziani di Hamas. La burocrazia è ovviamente una leva per fermare gli aiuti umanitari: Medici Senza Frontiere denuncia che sta ancora aspettando il rinnovo della propria registrazione, nonostante la sua azione sia vitale per assistere il sistema sanitario a pezzi a Gaza. (the Times of Israel / X)
Un’indagine di Reuters documenta l’uso di M113, veicoli di trasporto truppe cingolati capaci di trasportare normalmente 13 militari, convertiti in autobombe contenenti tra 1 e 3 tonnellate di esplosivo, usate per demolire edifici nella Striscia di Gaza. Usando testimonianze, immagini satellitari e riprese da droni, l’agenzia ricostruisce come le IDF avanzavano verso il centro di Gaza città, coperti da raid aerei e con l’uso di bulldozer corazzati, prima di far esplodere i veicoli. L’agenzia ha attestato la distruzione di almeno 650 edifici solo nel periodo tra l’11 settembre e l’11 ottobre. La versione ufficiale è che si è deciso di usare queste grandi esplosioni per abbattere gli edifici perché essi stessi sarebbero carichi di esplosivi, un’accusa che le autorità israeliane non hanno mai saputo documentare, e che Hamas nega categoricamente, anche ammettendo che il gruppo non avrebbe la capacità di piazzare ordigni con la densità che vorrebbe la versione di Tel Aviv dei fatti. Secondo due studiosi di diritti umani contattati dall’agenzia, comunque, anche l’ipotetica presenza di trappole esplosive non giustifica la distruzione su larga scala causata dalle IDF. (Reuters)