La normalizzazione dell’aggressione
Donald Trump non risparmia minacce, da Cuba all’Iran, ma ormai sembra essere ordinaria amministrazione, negli Stati Uniti. Tra le altre notizie: gli oceani sono sempre più caldi, il rilascio di Alberto Trentini e Mario Burlò, e il gioco d’azzardo ai Golden Globes
A più di una settimana dall’aggressione del Venezuela, con il rapimento di Nicolás Maduro, il nuovo tono iper-aggressivo di Donald Trump rischia di diventare, semplicemente, la nuova normalità della politica estera negli Stati Uniti. Il presidente statunitense ha minacciato di nuovo Cuba, vantando su Truth Social di aver ucciso i cittadini cubani che lavoravano nella sicurezza di Caracas, e minacciando che ora “a Cuba non andrà più petrolio e soldi — zero!” “Vi consiglio fortemente di trovare un accordo, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI,” ha scritto Trump tutto in maiuscolo. Parlando dall’Air Force One, Trump ha dichiarato che la sua amministrazione stava “parlando con Cuba,” e che “scopriremo presto” a che accordo potrebbero arrivare. Da Cuba, Migel Díaz-Canel ha pubblicato un breve thread su X in cui accusa: “Quelli che oggi si sfogano istericamente contro la nostra nazione lo fanno perché sono infuriati per la decisione legittima del nostro popolo di scegliere il proprio modello politico.” Sempre dal suo jet, Trump ha dichiarato di aver parlato con “i leader dell’Iran” per tornare a parlare di un accordo per il nucleare iraniano, e che funzionari statunitensi potrebbero incontrarsi con i colleghi iraniani per discuterne. Trump ha riportato che “l’esercito sta valutando” quali opzioni ha contro il paese — nei giorni scorsi la posizione statunitense sulle proteste in Iran non poteva essere più dura: un retroscena del Wall Street Journal riporta che l’amministrazione Trump II ha considerato attacchi militari, cibernetici, e ulteriori sanzioni contro il paese nel caso continuassero ad arrivare notizie della repressione delle proteste. (Truth Social / X / Reuters / the Wall Street Journal)
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha dichiarato che nei giorni scorsi le proteste contro il governo sono “diventate violente e sanguinarie per dare una scusa” a Trump, perché intervenisse militarmente. Secondo Araghchi ora la situazione però è “sotto controllo.” Lo scenario di un incontro con funzionari statunitensi non sembra essere una cosa inventata su due piedi da Trump: il 9 il ministro ha accorciato la propria visita a Beirut, probabilmente proprio per seguire gli sviluppi della crisi da vicino. La stragrande maggioranza della popolazione iraniana, nel frattempo, continua a essere tagliata fuori dal resto del mondo: il blackout di internet continua da più di 87 ore. Cercando di placare le proteste, il presidente iraniano Pezeshkian ha dichiarato che il governo è “pronto ad ascoltare” i manifestanti, chiedendo però di limitare l’azione dei “rivoltosi” e degli “elementi terroristici.” “I rivoltosi non sono le persone che manifestano,” ha puntualizzato Pezeshkian. “Ascoltiamo i manifestanti e facciamo tutto il possibile per risolvere i loro problemi.” (Al Jazeera / X / Al Jazeera)
La repressione dei cittadini statunitensi è parallela alle posizioni muscolari e aggressive all’estero: dopo l’omicidio di Renee Good a Minneapolis, le autorità federali stanno irrigidendo ulteriormente le proprie posizioni, costringendo i leader locali ad andare al confronto diretto. Molti esponenti repubblicani si sono allineati perfettamente alla ricostruzione faziosa dell’amministrazione Trump II, arrivando a fare dichiarazioni a dir poco estremiste, come il senatore Markwayne Mullin, che ha detto a CNN che effettivamente gli agenti dell’ICE hanno licenza di uccidere quando “si sentono minacciati.” Nonostante le proteste dei giorni scorsi, Trump sembra intenzionato a continuare ad applicare pressione sul Minnesota, dove dovrebbero essere inviati altre “centinaia” di agenti in queste ore. (POLITICO)