Decidere chi mangia e chi resta affamato
Un retroscena rivela che durante il picco della carestia a Gaza Israele riforniva esclusivamente le milizie anti-Hamas. Tra le altre notizie: l’ICE al centro della campagna elettorale, gli ultimi mesi di PNRR, e come fermare la dipendenza UE al settore tech statunitense
Un retroscena del Wall Street Journal ricostruisce i rapporti tra Israele e le milizie anti-Hamas presenti nella Striscia di Gaza — per colpire il gruppo palestinese anche in territori dove le IDF non dovrebbero più arrivare. Che Tel Aviv finanziasse e sostenesse questi gruppi è cosa nota, ma il quotidiano di New York fornisce molte nuove informazioni su quanto attivamente i funzionari israeliani siano coinvolti nelle operazioni di queste milizie: Israele è mantenuto sempre aggiornato sulle loro attività, e nei mesi scorsi personale israeliano è intervenuto più volte per assisterli. Dopo il “cessate il fuoco,” i miliziani sono stati utilizzati, tra le altre cose, per cercare di forzare l’uscita dei combattenti di Hamas che avevano trovato rifugio nei tunnel sotto Rafah, mentre le IDF piazzavano esplosivi per farli crollare. La rivelazione più rilevante, però, riguarda i mesi precedenti agli accordi di Sharm: durante la scorsa estate, quando nella Striscia di Gaza si era al picco della carestia causata dal blocco totale dell’ingresso di aiuti umanitari, le IDF scortavano convogli umanitari che erano esclusivamente destinati alle milizie alleate di Israele. Mentre gli altri residenti della Striscia di Gaza dovevano rischiare di essere assassinati nei pressi dei centri di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, Israele forniva spedizioni di “cibo, acqua, sigarette” e “scatole chiuse, dai contenuti sconosciuti,” “caricate sui veicoli dallo Shin Bet” (sic) ai propri alleati. Nonostante fossero ricettori esclusivi di questi aiuti umanitari, questi miliziani sono stati responsabili in quei mesi di molti casi di saccheggio di aiuti umanitari. Mentre succedeva tutto questo, l’ingresso generale degli aiuti umanitari era bloccato perché, a detta delle autorità israeliane, i combattenti di Hamas avrebbero rubato le risorse — una tesi che le Nazioni Unite hanno più volte contraddetto. (the Wall Street Journal)
Dopo 3 mesi di cessate il fuoco, le autorità israeliane rivendicano ancora controllo quasi totale su cosa entra nella Striscia di Gaza. Dopo settimane di braccio di ferro, Israele si sta preparando a permettere la riapertura del valico di Rafah, ma a due condizioni. La prima è il ritrovamento dei resti dell’ultimo dei prigionieri, il prigioniero Ran Gvili: anche l’esercito israeliano sta lavorando per trovarne il corpo esanime, con l’intelligence israeliana che ritiene di avere diversi indizi di dove potrebbe trovarsi. La seconda condizione è una grave limitazione materiale del funzionamento del valico di Rafah: l’ufficio del Primo ministro israeliano ha confermato che l’apertura è limitata al solo passaggio pedonale (!) e che chiunque transiti sarà “soggetto a un meccanismo di ispezione israeliano.” Le condizioni di apertura confermano plasticamente il retroscena dei giorni scorsi secondo cui Tel Aviv vorrebbe che il valico servisse fondamentalmente solo per far uscire i palestinesi che vogliono lasciare la Striscia. (the New Arab / Facebook)
Una storia dell’orrore: un soldato israeliano, guardia carceraria nell’unità di polizia militare, ha inscenato il rapimento di un detenuto palestinese per estorcere denaro alla sua famiglia, residente in Cisgiordania. Lo ha rivelato la radio dell’esercito israeliano stesso, Galei Tzahal, dopo l’arresto dell’uomo. Il soldato ha fotografato il giovane palestinese detenuto, inviando l’immagine alla famiglia e ha chiesto un riscatto, sostenendo di averlo rapito. La famiglia ha contattato la polizia israeliana, che inizialmente ha indagato il caso partendo dal presupposto che si trattasse di un attacco da parte di coloni — cosa che si commenta da sola — ma con il coinvolgimento dello Shin Bet, che ha tracciato il telefono del detenuto, si è scoperto che si trovava in custodia delle stesse autorità israeliane. (!) Il giovane prigioniero è solo uno dei più di 9 mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, diventate negli anni una rete di campi di tortura. (X, via Middle East Eye)