I conti tornano

Le IDF confermano di nuovo che i numeri del ministero della Salute di Gaza sono corretti, al contrario di quanto detto da Tel Aviv per mesi. Tra le altre notizie: Michel contro Rutte, la Corte costituzionale e le sostanze stupefacenti, e una guida all’acquisto di maschere antigas

I conti tornano
foto CC BY-SA 3.0 portavoce delle IDF

Un funzionario militare senior, ovviamente in condizioni di anonimato, ha confermato alla stampa israeliana che le IDF ritengono che il bilancio dei morti fornito dal ministero della Salute di Gaza sia corretto, ovvero che nell’aggressione di Gaza siano state uccise almeno 70 mila persone: il ministero della Salute di Gaza attualmente conta 71.667 morti, incluse più di 450 persone uccise dal cessate il fuoco, ma non quelle morte sotto le macerie e mai recuperate — che secondo le autorità di Gaza potrebbero essere almeno altre 10 mila. La notizia non deve sorprendere: anche se pubblicamente Israele ha sempre respinto i dati del ministero della Salute di Gaza, a porte chiuse le IDF hanno sempre confermato l’affidabilità delle autorità di Gaza, sia durante i conflitti degli scorsi anni che durante il genocidio degli ultimi due: la prima conferma in materia era stata filtrata a Local Call nel gennaio 2024. Il registro del ministero della Salute di Gaza non distingue tra civili e combattenti uccisi, mentre ovviamente le IDF hanno interesse a farlo: a ottobre, prima del “cessate il fuoco” previsto dagli accordi di Sharm, l’esercito israeliano aveva dichiarato di aver ucciso circa 22 mila combattenti — un numero che, ora che vengono confermate le più di 70 mila uccisioni totali, conferma le percentuali che erano circolate negli scorsi mesi: tra il 70 e l’83%, secondo dati dello scorso agosto, degli uccisi sono civili. Siccome sono numeri che sono difficili da comprendere, è utile fare paragoni: negli ultimi 36 anni gli unici conflitti in cui si è registrata una percentuale maggiore di uccisioni di civili sono solo il genocidio del Ruanda, quello di Srebrenica, e la battaglia di Mariupol del 2022. (the Times of Israel  / Local Call / +972 Magazine)

Il funzionario di Hamas Basem Naim ha criticato espressamente i media occidentali, che anche nei mesi più violenti dell’aggressione di Gaza “hanno difeso ciecamente la narrazione del nemico riguardo il numero di martiri palestinesi.” Naim ha dichiarato che sarebbe legittimo aspettarsi “scuse esplicite” dai quei media — citando espressamente BBC, CNN, Fox News e il New York Times — e il reinserimento dei dipendenti che nei mesi scorsi sono stati licenziati o con cui si sono interrotte collaborazioni per il loro supporto alla causa palestinese. Secondo Naim sarebbe anche necessaria una revisione seria dei loro valori e pratiche editoriali. (Press TV)

Fin dall’inizio del genocidio c’è stata un’azione su larga scala per nascondere quello che stava succedendo: un’inchiesta esclusiva di Reuters ora rivela che fin dall’inizio del 2024 lo staff dell’USAID aveva redatto un avvertimento per i funzionari dell’allora amministrazione Biden, avvisando che il nord della Striscia si era trasformato in un “territorio devastato, apocalittico,” con gravi carenze di cibo e assistenza medica. Il cablo, che citava missioni di fact-checking ONU, descriveva nel dettaglio scene raccapriccianti — corpi morti abbandonati nelle automobili, ossa umane per strada, mancanza già diffusa di cibo e acqua potabile sicura. Allora, l’ambasciatore statunitense in Israele Jack Lew e la sua vice, Stephanie Hallett, bloccarono la distribuzione del cablo all’interno del governo, accusandolo di mancare di “equilibrio.” Un ex membro della squadra di risposta dell’USAID nella regione ha commentato la notizia: “In parole povere, l’esperienza delle persone del settore umanitario è stata ripetutamente messa da parte, bloccata, ignorata.” Un altro funzionario riporta che le denunce di mancanza di cibo venivano sempre archiviate: “La domanda era sempre tipo ‘dove sono tutti i bambini magri?’” (Reuters)

Continua, nel frattempo, la controversia sulla riapertura del valico di Rafah, prevista per questa domenica: i retroscena riportano di una disputa emersa tra Israele ed Egitto riguardo numeri e modalità di attraversamento. Kan riporta che i negoziatori israeliani hanno presentato una condizione secca all’Egitto: il numero di palestinesi che lasciano Gaza per entrare in Egitto deve superare il numero di quelli autorizzati invece a rientrare. I funzionari egiziani hanno ovviamente respinto questa formula asimmetrica, insistendo che fosse necessario un “rapporto paritario” tra entrate e uscite. Nessuna delle due parti sembra aver preso in considerazione di lasciare che sia la popolazione in loco a decidere cosa fare e in che direzione spostarsi. Il timore dei funzionari del Cairo è ovvio: che quello di Tel Aviv sia un tentativo calcolato per creare un flusso migratorio artificiale e ridurre in modo permanente la popolazione della Striscia. (Al Jazeera)