Il commissariamento di Glovo
Un’inchiesta della procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario di Foodinho: ci sono almeno 40 mila rider sotto la soglia della povertà. Tra le altre notizie: in Etiopia c’è un campo segreto per addestrare le RSF, la protesta di Rai Sport contro Petrecca, e fischietti contro i fascisti
La procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario di Foodinho srl, l’azienda italiana che gestisce il servizio di consegne a domicilio di Glovo, accusandola di sfruttamento e caporalato. L’inchiesta del pm Paolo Storari riporta quello che informalmente è cosa nota: l’algoritmo della piattaforma collega retribuzione alla performance dei fattorini, in quello che è a tutti gli effetti un rapporto di lavoro subordinato, non un lavoro autonomo con partita IVA in regime forfettario — come sono invece attualmente inquadrati i rider di Glovo. Le loro condizioni di lavoro, altra cosa nota, sono durissime: per ottenere una paga appena sufficiente per viverci, i fattorini devono lavorare attorno alle 12 ore al giorno, 7 giorni su 7. Questo ritmo sfiancante garantisce pagamenti che vanno tra i 700 e 1.100 euro lordi, tra i 2,5 e i 3,7 euro a consegna — quote che sono molto sotto il contratto nazionale di riferimento: ci sono almeno 40 mila rider sotto la soglia della povertà. I carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro, in 41 verbali raccolti durante l’indagine, hanno confermato che non c’è “nessun contatto umano” nel lavorare per la piattaforma, e l’algoritmo procede automaticamente ad applicare penalizzazioni per chi fa ritardo nelle consegne. Gran parte dei fattorini sono di origini straniere, principalmente provenienti da Pakistan, Bangladesh e Nigeria, e accettano queste condizioni di lavoro difficilissime perché, come viene riportato verbatim nell’inchiesta, sono in “stato di bisogno economico.” (Rai News)
Sul manifesto vengono riportate alcune testimonianze messe a verbale dai rider di Glovo, che spiegano le condizioni durissime e le scelte obbligate a cui sono sottoposti. Uno racconta: “Mia moglie non ha i documenti e non ci viene dato l’assegno unico per nostra figlia, sono costretto a lavorare 12/13 ore al giorno.” Un altro: “Sto cercando un lavoro con condizioni migliori ma al momento sono costretto a lavorare come rider pur di sopravvivere. Non mi piace come veniamo trattati: non siamo pagati se siamo malati, per loro siamo numeri. Abbiamo fatto anche sciopero ma nulla è cambiato.” Ancora, un terzo: “Non riesco a fare molte consegne perché la giornata è fatta di 24 ore, è fisicamente impossibile.” (il manifesto)
Quotidiano nazionale ne ha parlato con Maurizio Del Conte, giuslavorista e professore di Diritto del lavoro alla Bocconi, che sottolinea come si tratti di un problema strutturale del mercato del lavoro italiano. Del Conte spiega che è in dubbio la “tenuta complessiva del diritto del lavoro e della rappresentanza sindacale,” “scavalcati dal diritto penale nel ruolo di presidio dei diritti fondamentali dei lavoratori.” Al momento non c’è alternativa, ma non si può aspettare che le singole inchieste risolvano questi problemi, se li risolvono: “L'intervento della magistratura penale può essere utile a rimuovere una situazione patologica, ma non risolve le cause della malattia.” “Occorre prendere atto che le nuove forme di organizzazione d'impresa pongono problemi inediti che vanno affrontati con una visione di sistema che guardi in avanti.” Il problema è economico quanto politico: “La nostra economia non può reggersi sulla concorrenza al ribasso della componente del lavoro.” “Se una attività sta in piedi solo grazie a condizioni di lavoro non dignitose, quella attività deve semplicemente uscire dal mercato.” Del Conte suggerisce i primi interventi necessari, a partire da chiudere ogni forma di sostegno, diretto o indiretto, alle imprese che praticano dumping salariale, e dal costruire strumenti di verifica dei diritti dei lavoratori lungo tutta la catena del valore. (Quotidiano nazionale)