Ogni mio desiderio è un ordine
Dai dazi all’Iran, Trump non concepisce che qualcuno possa dirgli di no, o che ci siano conseguenze alle sue azioni. Tra le altre notizie: un grande raid delle IDF sul Libano, il governo Meloni impugnerà le sentenze a favore di Sea-Watch, e il lancio imminente della missione Artemis II
La Corte suprema statunitense ha stabilito che i dazi imposti al resto del mondo dall’amministrazione Trump II, con l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act, sono illegali: il meccanismo era stato invocato per giustificare i dazi su Canada, Messico e Cina, i cosiddetti dazi “reciproci” su quasi tutti i paesi del mondo e l'eliminazione dell'esenzione de minimis per i pacchi di basso valore. La sentenza non tocca i dazi su acciaio, alluminio e altri settoriali, imposti con altre basi giuridiche, ma è di portata colossale: secondo il New York Times, se gli Stati Uniti dovessero rimborsare tutti i soldi estratti illegalmente all’import, dovrebbero sborsare circa 120 miliardi di dollari — anche se ovviamente gran parte di questi soldi, prelevati dai consumatori, non verranno mai restituiti. We Pay the Tariffs, coalizione di centinaia di piccole imprese, ha dichiarato: “Una vittoria legale è priva di significato senza un sollievo concreto per le imprese che hanno pagato questi dazi. L'unica azione responsabile ora è istituire un processo di rimborso rapido, efficiente e automatico.” Trump ha reagito annunciando nuovi dazi del 10% tramite la Sezione 122 della legge sul Commercio del ’74, oltre a future indagini su pratiche commerciali sleali. Si tratta, però, solo di un modo per guadagnare tempo: la misura permette al presidente di porre dazi fino al 15%, ma solo per 150 giorni, oltre i quali deve portare la questione al Congresso. Contemporaneamente, ha ordinato nuove indagini sotto la Sezione 301, pratiche commerciali sleali, e la Sezione 232, sicurezza nazionale, che potrebbero consentirgli di re-imporre dazi più alti in futuro. Ci sono già indagini aperte su Cina e Brasile e potrebbero essere presi di mira altri partner commerciali, come Vietnam e Canada. (Corte suprema / the New York Times / Reuters / Casa bianca)
Trump non ha nascosto di essere furibondo: il presidente ha attaccato personalmente e direttamente i giudici, descrivendoli come “scemi” e “cani da compagnia” influenzati da non meglio specificati “interessi stranieri,” addirittura, “vermi.” Trump ha dichiarato: “Mi vergogno di certi membri della Corte, assolutamente vergognoso non avere il coraggio di fare ciò che è giusto per il nostro paese.” Riferendosi a Gorsuch e Barnett, due giudici che aveva nominato durante il proprio mandato, Trump ha detto che sono “fonte di imbarazzo per le loro famiglie.” Nella sua opinione, il giudice Gorsuch ha scritto che Trump aveva illegalmente aggirato il Congresso e che il processo legislativo è un “baluardo della libertà,” sottolineando come, se Trump sovverte il processo costituzionale, un futuro presidente democratico potrebbe sentirsi giustificato a fare lo stesso. Secondo Axios, diversi repubblicani che non avevano mai rotto pubblicamente con il presidente hanno accolto con sollievo la decisione della Corte suprema, perché li protegge dal contraccolpo politico dei dazi senza costringerli a uno scontro aperto con Trump. È solo questione di tempo, però: tra alcuni mesi il Congresso dovrà votare sul mantenimento dei dazi imposti con la Sezione 122, e il partito dovrà decidere come posizionarsi rispetto alle pretese assolutiste di Trump. (the New York Times / Axios)
Il delirio di onnipotenza di Trump si estende esplicitamente anche all’estero: secondo fonti interne alla Casa Bianca di Drop Site, Trump ha espresso più volte il desiderio di passare alla storia come il presidente che ha ottenuto il “cambio di regime” in Iran. Le ambizioni di Trump sono alimentate dal presunto successo della sua strategia in Venezuela. Non è chiaro se questa strategia della pressione comprenda anche operazioni militari — come si è poi fatto in Venezuela, con il rapimento di Maduro. Trump e i suoi collaboratori hanno chiesto al Pentagono garanzie che il caos prodotto da una possibile azione militare possa rientrare in tempo per gestire le elezioni di metà mandato — si vota il prossimo 3 novembre. Se almeno sui dazi alla fine Trump ha trovato qualcuno che gli ha detto no, riguardo a un attacco contro l’Iran la situazione è ancora più preoccupante: sono molti i senatori democratici che a porte chiuse pensano che l’Iran vada affrontato militarmente, e che silenziosamente sperano che sia Trump a farlo: la speranza è che dall’operazione uscissero male sia l’Iran che Trump stesso. Non è un caso che, nonostante le minacce sempre più pressanti di Trump, i vertici democratici in materia siano silenti. (Drop Site)