La guerra senza fine all’Iran

Il ministro Katz ha dichiarato che Israele tenterà di uccidere qualsiasi successore di Khamenei. Tra le altre notizie: l’amministrazione Trump II vuole che gli Stati Uniti producano ancora più armi, gli effetti della guerra sul prezzo dell’energia, Artemis II dovrebbe partire il primo aprile

La guerra senza fine all’Iran
foto via X, @CENTCOM

Il conflitto contro l’Iran e il Libano si è fatto nelle scorse ore ancora più intenso: Israele ha ridispiegato una divisione di riservisti sul confine occidentale con il Libano, che aveva ritirato lo scorso maggio. L’esercito israeliano ha annunciato nuove operazioni contro quelle che ha definito, senza offrire prove, “infrastrutture di Hezbollah a Beirut.” Sul fronte iraniano, i Guardiani della rivoluzione hanno dichiarato di aver lanciato 230 droni contro strutture che ospitano truppe statunitensi, inclusa una base a Erbil, in Iraq, e la base aerea Ali Al Salem e Camp Arifjan in Kuwait. I militari hanno detto che questi attacchi sono i primi “passi importanti” del paese nella guerra.  (Al Jazeera)

È impossibile vedere in questo momento una fine diplomatica al conflitto — il ministro della difesa israeliano Katz ha dichiarato che Israele tenterà di uccidere qualsiasi successore di Khamenei: “Sarà un obiettivo inequivocabile di eliminazione,” “non importa quale sia il suo nome o dove si nasconda.” Uno scenario a cui starebbe lavorando la CIA, secondo un retroscena di CNN, sarebbe quello di provocare un’insurrezione curda in Iran: l’amministrazione Trump II sarebbe in trattative attive con gruppi di opposizione iraniani e leader curdi in Iraq per fornire loro supporto militare.  Alcuni gruppi armati curdo-iraniani, che dispongono di migliaia di combattenti nel Kurdistan iracheno, hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche dall’inizio della guerra in cui accennano a un’azione imminente e invitano le forze militari iraniane a disertare. È più facile a dirsi che a farsi: secondo valutazioni dell’intelligence statunitense stessa i curdi iraniani non hanno attualmente le risorse o l’influenza per sostenere un’insurrezione di successo. I partiti curdi, da parte loro, chiedono garanzie politiche all’amministrazione Trump prima di impegnarsi. Non è chiaro quanto a Washington si guardi con effettivo interesse a Reza Pahlavi, ma uno scenario di insurrezione curda chiuderebbe con ogni probabilità alla collaborazione con qualsiasi gruppo vicino ai gruppi di potere della dinastia Pahlavi. (the Times of Israel / CNN / X)

Intanto, gli alleati occidentali degli Stati Uniti si trovano a dover sostenere un’aggressione che è sempre meno difendibile. Nelle scorse ore il Primo ministro canadese Mark Carney ha cercato di prendere minimamente le distanze, dicendo che il sostegno canadese alla guerra “non era un assegno in bianco.” Carney ha detto che le azioni di Israele e Stati Uniti erano “inconsistenti con le leggi internazionali,” ma al tempo stesso dicendo che “nel contesto” attuale continuava a sostenerle. Il cancelliere tedesco Merz martedì era alla Casa bianca, dove è rimasto completamente in balia di Trump, mentre il presidente statunitense parlava di “tagliare tutti i rapporti commerciali con la Spagna” e attaccava Starmer, dicendo che non era “Winston Churchill.” Merz non ha replicato a nessuno dei due attacchi in pubblico. Ha anzi dichiarato che la Germania è sulla “stessa linea” dell’amministrazione statunitense sulla necessità di eliminare il regime di Teheran. Il cancelliere ha riso di gusto mentre Trump si vantava dei danni inflitti all’Iran. Merz ha poi preso le parti di Sánchez e Starmer parlando con i giornalisti. (CBC / POLITICO)

Il costo globale di questa guerra si inizia a vedere solo ora: l’aggressione dell’Iran sta soffocando le forniture globali di petrolio e gas. Sul New York Times si parla ormai di “chiusura de facto” dello stretto di Hormuz. Il prezzo internazionale del petrolio è salito del 12% dall'inizio dei combattimenti, scambiato martedì attorno agli 81 dollari al barile e i prezzi del gas naturale sono in forte rialzo in Europa e Asia. Oltre l’80% del petrolio e gas trasportato attraverso lo stretto di Hormuz nel 2024 era diretto in Asia: Cina, Corea del Sud, Giappone e India sono i principali importatori. I paesi dispongono di riserve energetiche che potrebbero durare qualche mese, ma una chiusura prolungata dello stretto potrebbe danneggiare gravemente le loro economie. Finora gli investitori hanno trattato gli attacchi contro l’Iran come uno sfogo che si sarebbe chiuso nel giro di pochi giorni, ma sta iniziando a delinearsi la preoccupazione che questo sia l’inizio di un conflitto protratto, che rischia di innescare una crisi finanziaria rilevanti. Già nelle scorse ore l’impatto sui mercati asiatici è stato molto grave: Seoul ha registrato un -12%, il calo giornaliero più grande della sua storia, con il benchmark che ha perso oltre il 18% in due giorni e la valuta ai minimi da 17 anni. Il Nikkei 225 ha perso il 7,4% in 5 giorni, Taiwan ha perso il 4,3% solo nelle scorse ore. (the New York Times / Yahoo Finance)

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