Sale anche il costo della morte

Tre paesi del Golfo stanno cercando di uscire da contratti in corso per risparmiare di fronte ai costi e ai danni causati dalla guerra all’Iran. Tra le altre notizie: il licenziamento della segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, Crosetto e il diritto internazionale, e Trump e Pokopia

Sale anche il costo della morte
foto via X, @CENTCOM

Secondo un retroscena del Financial Times, la pressione sui bilanci degli stati del Golfo causata dalla guerra statunitense e israeliana contro l’Iran potrebbe spingerli a rivedere gli impegni di investimento all’estero. Un funzionario della regione, rimasto ovviamente anonimo, commenta: “Diversi paesi del Golfo hanno avviato una revisione interna per determinare se possano essere invocate le clausole di forza maggiore dei contratti in corso, rivedendo gli impegni di investimento attuali e futuri per alleviare almeno parte della pressione economica prevista dalla guerra attuale.” “Soprattutto se la guerra e le spese connesse continueranno allo stesso ritmo.” Tre delle grandi economie della regione hanno discusso congiuntamente le pressioni su bilanci ed economia. Le cause sono ovvie: calo dei ricavi energetici per il rallentamento della produzione e per l’impossibilità di effettuare le consegne, crisi dei settori aviazione e turismo, aumento — forse drastico? — della spesa militare. La cosa interessa direttamente anche la Casa bianca: l’anno scorso aveva ottenuto promesse da centinaia di miliardi di dollari durante una visita di Trump nella regione. Ora tutti quei soldi sono rimessi in discussione. L'imprenditore emiratino Khalaf al-Habtoor ha scritto, frustrato, su X, rivolgendosi direttamente a Trump: “Una domanda diretta: chi ti ha dato l'autorità di trascinare la nostra regione in una guerra con l'Iran? E su quale base hai preso questa decisione pericolosa? Hai calcolato i danni collaterali prima di premere il grilletto?” Riferendosi ai piani del Consiglio di pace, al-Habtoor continua: “La maggior parte dei finanziamenti per queste iniziative proveniva da paesi della regione stessa e dagli stati arabi del Golfo,” “che hanno contribuito con miliardi di dollari per sostenere la stabilità e lo sviluppo, o almeno così sembrava.” “Questi paesi hanno il diritto di chiedersi oggi: dove sono finiti questi soldi? Stiamo finanziando iniziative di pace o una guerra che ci mette a rischio?” (Financial Times / Reuters / X)

Intanto, secondo un’analisi di Eliane McCusker, ex funzionario del bilancio al Pentagono, i primi 4 giorni di raid contro l’Iran sono costati agli Stati Uniti circa 11 miliardi di dollari. Di questi, sono stati spesi circa  5,7 miliardi in intercettori per abbattere missili balistici e droni iraniani e altri 3,4 miliardi in bombe e missili d'attacco. L'amministrazione Trump II preme da mesi sui contractor per triplicare o quadruplicare la produzione annuale di missili avanzati, ma i dirigenti avvertono che la catena di fornitura non può accelerare così facilmente. A fine anno il Pentagono aveva chiesto al Congresso 28 miliardi di dollari aggiuntivi per futuri contratti di armamenti; il Congresso ne ha approvati solo 8, lasciando un gap di circa 20 miliardi. Trump ha annunciato a gennaio l'intenzione di portare il prossimo bilancio della difesa a 1.500 miliardi di dollari, un aumento di circa 500 miliardi rispetto ai livelli attuali. (the Wall Street Journal)

Nonostante questi costi esorbitanti, è difficile immaginare che la guerra vada verso una conclusione naturale in tempi brevi: nonostante le numerose uccisioni ai vertici politici e militari, non ci sono segni di cedimento dell’attuale amministrazione iraniana, e l’intelligence statunitense, europea e araba non rileva né defezioni significative ai vertici né organizzarsi di rivolte popolari. Il sistema di comando iraniano si è dimostrato resiliente grazie a una struttura “a strati,” costruita per resistere a colpi di decapitazione, con sostituti multipli designati in anticipo per ogni figura chiave. Dopo la guerra dei 12 giorni del giugno 2025, l’Iran ha ristrutturato le proprie forze armate in previsione di ulteriori attacchi mirati. Un alto funzionario arabo ha ammesso parlando con il Washington Post che gli alleati del Golfo si aspettavano che l’uccisione di Khamenei avrebbe innescato una mobilitazione di massa contro il regime, che invece non sembra nascere. Secondo un funzionario europeo, che si è espresso in condizioni di anonimato, Teheran ritiene di poter prevalere solo resistendo più a lungo di Stati Uniti e Israele, usando la guerra asimmetrica per infliggere il massimo danno e spingere Washington a cercare una de-escalation. Per questo l’Iran sta dando priorità agli attacchi di ritorsione contro le nazioni della regione, sperando che facciano pressione economica sugli Stati Uniti per trovare una via d’uscita dal conflitto. (the Washington Post)

Ovviamente, perché la guerra finisca presto, bisogna anche che si voglia la guerra finisca presto: le IDF parlano apertamente di una imminente ulteriore escalation, dicendo di avere ancora “mosse a sorpresa” in Iran, e di voler colpire anche “in profondità” in Libano. L’orizzonte verso cui guardare non può essere nemmeno quello delle prossime elezioni in Israele, previste per questo ottobre: secondo il leader dell’opposizione Yair Lapid è necessario continuare la distruzione al confine del Libano, sul modello della “Yellow Line” che ora segna i territori occupati dalle IDF nella Striscia di Gaza. Lapid commenta seccamente che sarà “spiacevole” “raschiare dal suolo due o tre villaggi libanesi,” ma “se la sono cercata.” (Israel.com / X)

Nelle scorse ore sono state colpite da bombardamenti statunitensi-israeliani altre due scuole, questa volta maschili, una elementare e una media. Gli attacchi sono documentati da immagini dell’agenzia Tasnim e verificate dal New York Times. Le forze armate statunitensi e israeliane non hanno risposto alle richieste di commento del quotidiano di New York. Come sempre, va ricordato che anche qualora le scuole fossero utilizzate per scopi militari, il diritto internazionale impone alle parti in conflitto di evitare o minimizzare i danni a civili e infrastrutture civili. Nel frattempo, un retroscena esclusivo di Reuters rivela che gli investigatori militari statunitensi ritengono probabile che siano state le forze statunitensi a colpire la scuola femminile di Minab. L’agenzia non è stata in grado di determinare ulteriori dettagli sull'indagine, incluso il tipo di munizione utilizzato, chi fosse il responsabile diretto o perché gli USA possano aver colpito la scuola. Non è nemmeno chiaro — del tutto — perché sia necessaria un’indagine per sapere quali obiettivi si è colpito in una guerra. (the New York Times / Reuters)

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