La seconda settimana della lunga guerra contro l’Iran

Trump chiude la prima settimana di guerra chiedendo la “resa incondizionata” dell’Iran. Tra le altre notizie: il prezzo del carburante continua a salire, lo scontro sempre più grottesco tra Zelenskyj e Orbán, e il gioco di carte collezionabili di Wikipedia

La seconda settimana della lunga guerra contro l’Iran
Grab via X, @CENTCOM

A poche ore dalla fine della prima settimana di aggressione contro Teheran, Trump ha pubblicato un post sul suo social privato, scrivendo che “non ci sarà nessun accordo con l’Iran” senza la “RESA INCONDIZIONATA” (maiuscolo di Trump) del paese. Dopo la resa, Trump sostiene si potrà procedere alla scelta di un nuovo leader che dovrà essere “grande” ma soprattutto “accettabile” — a Washington e Tel Aviv. Solo allora “noi,  e molti dei nostri meravigliosi e coraggiosi alleati e partner, lavoreremo instancabilmente” per rendere il paese “economicamente più grande, migliore, e più forte che mai.” Il post arrivava in risposta a un tweet del presidente Pezeshkian, che aveva scritto che alcuni paesi — non specificati — avevano avviato sforzi di mediazione. In un’intervista telefonica con CNN, Trump ha dichiarato che l’Iran era già stato “neutralizzato.” Incalzato sulla possibilità di una transizione democratica in Iran, Trump ne ha minimizzato l’importanza: “Non ho problemi con i leader religiosi. Ho a che fare con molti leader religiosi e sono fantastici.” Le priorità sono altre: “Ci deve essere un leader che sia giusto e corretto. Che faccia un ottimo lavoro. Che tratti bene gli Stati Uniti e Israele, e che tratti bene gli altri paesi del Medio Oriente.” Trump è tornato ad auspicare una soluzione analoga a quella del Venezuela, con Delcy Rodríguez, che Trump ritiene una “leader meravigliosa, che sta facendo un lavoro fantastico.” (Truth Social / X / CNN)

Nota: è difficile fare una valutazione del peso delle parole di Trump, considerato il profilo personale del presidente statunitense. È necessario però sottolineare che di “resa incondizionata” non si parla da decenni: Washington non ne ha parlato durante la guerra contro il Vietnam, non ne ha parlato durante la prima Guerra del Golfo, contro l’Afghanistan, e nemmeno contro l’Iraq. L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno preso parte a una richiesta di resa incondizionata è stato con la ​​dichiarazione di Potsdam, che gli Stati Uniti hanno firmato 11 giorni prima di sganciare “Little Boy” su Hiroshima.

Questa mattina Pezeshkian ha dichiarato che i paesi confinanti non saranno più presi di mira dall'Iran, a meno che un attacco non venga lanciato dal loro territorio. La mozione è stata approvata venerdì dal consiglio di leadership ad interim iraniano. Pezeshkian si è anche scusato con i paesi vicini per gli attacchi dei giorni precedenti. Dalla prima settimana di guerra, l'Iran ha colpito in ritorsione tutti e sei i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo — Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Oman — a causa della presenza di basi e asset militari statunitensi sul loro territorio o nelle loro vicinanze. Pezeshkian ha risposto in modo molto duro anche alle richieste di Trump, dicendo che “si possono portare quel sogno nella tomba.” (Al Jazeera / Iran International)

Se non si dovesse trovare un accordo in tempi brevi, rischia di esserci un inasprimento grave della crisi: il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha rilasciato un’intervista al Financial Times in cui avverte che la guerra potrebbe paralizzare l’intera produzione energetica del Golfo e far crollare le economie globali. “Se questa guerra continua per qualche settimana, la crescita del PIL nel mondo ne risentirà.” Il ministro parla del rischio di una “reazione a catena” nelle produzioni di molti prodotti non appena le fabbriche non riusciranno più a rifornirsi. L’impatto sarà comunque significativo: anche se la guerra finisse immediatamente, al Qatar servirebbero “settimane o mesi” per tornare a un ciclo normale di consegne. Il ministro avverte: la produzione del Qatar non riprenderà finché non ci sarà una cessazione completa delle ostilità. (Financial Times)