Piove nero su Teheran
Israele ha colpito le infrastrutture petrolifere iraniane, e su Teheran ci sono gocce di pioggia nera. Tra le altre notizie: la guerra alla speculazione immobiliare in Corea del Sud, Meloni rompe il silenzio sulla guerra, e la storia di un videogioco che rischiava di essere cancellato da internet
Sabato c’è stata un’ulteriore escalation della guerra contro l’Iran: Israele ha colpito per la prima volta dall’inizio della guerra le infrastrutture petrolifere iraniane, provocando vasti incendi a Teheran e nella provincia di Alborz. Secondo l’agenzia Fars, gli attacchi hanno colpito quattro depositi di stoccaggio petrolifero e un centro di trasferimento della produzione. Negli attacchi sono state uccise almeno 4 persone. Israele ha rivendicato gli attacchi, sostenendo di aver colpito stabilimenti utilizzati “per far funzionare infrastrutture militari” — una definizione che può essere usata per colpire qualsiasi impianto petrolifero. Il corrispondente di Al Jazeera Tohid Asadi, da Teheran, ha descritto la situazione come senza precedenti, e di aver visto gocce di pioggia nere sulle finestre. Mohamed Vall, altro corrispondente di Al Jazeera da Teheran, ha definito gli attacchi alle infrastrutture petrolifere parte di una guerra psicologica contro la popolazione iraniana, “per spaventarli e far credere che sia davvero la fine.” Nelle scorse ore il ministro dell’Energia israeliano Cohen ha annunciato che ci saranno “ulteriori escalation,” minacciando che potrebbero essere attaccati “tutti gli obiettivi che ci aiuteranno a colpire l'attuale regime in Iran.” Il giorno precedente il presidente Pezeshkian aveva cercato di fare spazio per la de-escalation, promettendo che non l’Iran non avrebbe attaccato i paesi della regione se non partivano attacchi dai loro territori. Dopo i pesanti bombardamenti, il ministro degli Esteri Araghchi, ha commentato che questo “gesto verso i nostri vicini” “è stato quasi immediatamente ucciso dal presidente Trump.” (the New York Times / Al Jazeera / X)
Araghchi avverte che i grandi costi sostenuti dagli Stati Uniti — così come i danni subiti alle infrastrutture nella regione — non potranno che scaricarsi sui cittadini statunitensi, a partire dal costo dei carburanti. È inevitabile che nei prossimi giorni la crisi sia ulteriormente esasperata: sabato anche il Kuwait ha annunciato la riduzione della produzione petrolifera per cause di forza maggiore, accodandosi a Iraq e Qatar. A febbraio il Kuwait produceva circa 2,6 milioni di barili al giorno di greggio — ancora non si sa di quanto verrà tagliata la produzione. Aumentano anche le tensioni nella regione: secondo un retroscena di Reuters, l’Arabia Saudita ha avvertito Teheran che, pur favorendo una soluzione diplomatica al conflitto, il proseguire degli attacchi contro il regno e le sue infrastrutture energetiche potrebbe spingere Riad a rispondere. Due fonti iraniane hanno confermato all’agenzia che nella telefonata Riad aveva chiesto a Teheran di cessare gli attacchi contro l’Arabia Saudita e gli stati del Golfo. L’Iran avrebbe ribadito che i suoi attacchi non erano diretti ai paesi del Golfo ma alle basi e agli interessi militari statunitensi sul loro territorio. Una fonte iraniana ha aggiunto che Teheran avrebbe chiesto in cambio la chiusura delle basi statunitensi nella regione e che alcuni stati del Golfo smettano di condividere intelligence con Washington. (X / Reuters)
Nel frattempo, dopo una settimana di guerra, sabato si sono tenute in tutto il mondo manifestazioni, di tutti i colori, per la guerra. A Parigi si sono tenute due manifestazioni distinte: una a sostegno di Reza Pahlavi, e un’altra che denunciava proprio lo scenario del ritorno dell’erede dello Scià a Teheran. Ad Amsterdam i manifestanti hanno sfilato lungo un canale con bandiere israeliane, statunitensi e dell’Iran pre-rivoluzionario, chiedendo al governo di invitare Pahlavi e chiudere l'ambasciata iraniana. Nel Regno Unito migliaia di persone hanno partecipato a una manifestazione contro l’intervento statunitense e israeliano. Nelle Americhe, si è tenuta una grande manifestazione a Città del Messico in cui si è accusato Netanyahu e Trump di essere “assassini,” mentre a Detroit si è tenuta una manifestazione sotto uno striscione che diceva che “l’Iran non è il nostro nemico.” A Washington, invece, c’è stata una manifestazione in sostegno alla guerra. In Africa, a Johannesburg i manifestanti sono scesi in strada con foto di Khamenei, mentre a Città del Capo ci sono state manifestazioni parallele, sia in sostegno ad Israele che in sostegno all’Iran e alla causa palestinese. (the New Arab / the Guardian)