Il prezzo dell’insuccesso
Washington esanima diversi piani per un intervento di terra in Iran, mentre il Pentagono prevede costi da almeno 200 miliardi per continuare la guerra. Tra le altre notizie: l’impegno cinese per il solare cubano, la caccia alle scuole che non hanno celebrato le Foibe, che cosa andrà su aliens.gov
Un retroscena di Reuters conferma che l’amministrazione Trump II sta valutando il dispiegamento di migliaia di soldati statunitensi per rafforzare le operazioni contro l’Iran. Le operazioni sotto valutazione sono: garantire il passaggio sicuro delle petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, inviare forze di terra sull’isola di Kharg, e mettere in sicurezza le scorte iraniane di uranio altamente arricchito. Tutte e tre sono operazioni ad altissimo rischio: per provare a mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz quasi sicuramente servirebbe sbarcare sulle coste iraniane, l’assalto all’isola di Kharg lascerebbe i militari statunitensi facile obiettivo di bombardamenti iraniani, e secondo le fonti dell’agenzia si teme che anche le forze speciali statunitensi potrebbero essere in difficoltà in una missione per estrarre l’uranio arricchito dal paese. Un funzionario della Casa bianca non nega che piani simili siano stati discussi: “Al momento non è stata presa alcuna decisione sull’invio di truppe di terra, ma il presidente Trump saggiamente tiene a sua disposizione tutte le opzioni.” In precedenza gli Stati Uniti avevano sostenuto che gli attacchi dello scorso giugno avessero completamente sotterrato l’uranio arricchito a disposizione di Teheran. (Reuters)
Non serve specificare che lanciare un’invasione di terra sarebbe estremamente rischioso per Trump, che già si trova coinvolto in una guerra profondamente impopolare presso l’elettorato statunitense. Un altro retroscena riporta che il Pentagono ha chiesto alla Casa bianca di approvare una richiesta al Congresso di oltre 200 miliardi di dollari per continuare a finanziare la guerra. Si tratta di una esplosione dei costi: la prima settimana di guerra era costata ai contribuenti statunitensi 11 miliardi, ma queste ulteriori risorse servirebbero per aumentare urgentemente la produzione di armamenti critici esauriti. Al momento non è chiaro quanto la Casa Bianca chiederà effettivamente al Congresso: alcuni funzionari della Casa Bianca ritengono che la richiesta del Pentagono non abbia possibilità realistiche di essere approvata, e sicuramente — a prescindere da quale sarà la cifra richiesta alla fine — ci saranno forti tensioni politiche. Ovviamente, se il problema è davvero l’esaurimento delle risorse, mobilitare tantissimo capitale serve fino a un certo punto: il collo di bottiglia resta la disponibilità di lavoratori, impianti e di materiali. (the Washington Post)
Il ministro degli Esteri dell’Oman Badr Al Busaidi, che nelle settimane prima dell’inizio della guerra si era impegnato personalmente nella mediazione tra Stati Uniti e Iran, ha firmato un editoriale sull’Economist in cui descrive la guerra esplicitamente come “illegale,” ed esorta gli alleati di Washington ad aiutare la politica statunitense ad uscirne. Al Busaidi ricostruisce il contesto: per 2 volte in 9 mesi Stati Uniti e Iran sono stati vicini a un accordo reale sul programma nucleare iraniano. Il 28 febbraio, poche ore dopo colloqui che il ministro descrive come sostanziali, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un nuovo attacco militare. Per gli stati del Golfo, il modello economico basato su sport, turismo, aviazione e tecnologia è ora in pericolo. Il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è gravemente perturbato, i prezzi dell'energia salgono e si profila una recessione profonda. Al Busaidi sostiene che il più grande errore degli Stati Uniti sia stato proprio farsi trascinare nella guerra, perché gli obiettivi di Israele, in realtà, sarebbero impossibili da raggiungere senza una grande invasione di terra da parte degli Stati Uniti. Al Busaidi propone una via d’uscita: collegare i negoziati bilaterali Washington–Teheran a un processo regionale più ampio, centrato sulla trasparenza nucleare e sulla transizione energetica nella regione, se possibile nel quadro di un trattato allargato di non aggressione. (the Economist)
Nel frattempo, il conflitto ha subito una ulteriore escalation: Teheran ha denunciato bombardamenti contro le infrastrutture di South Pars, dove si trova il più grande giacimento di gas naturale del mondo, condiviso tra Iran e Qatar. In risposta le forze iraniane hanno a loro volta ampliato gli attacchi contro le principali infrastrutture energetiche della regione, tra cui l’impianto di gas naturale liquefatto Ras Laffan in Qatar, causando danni ingenti. Israele non ha rivendicato l’attacco, ma il ministro della Difesa Katz ha promesso ulteriori “sorprese” (sic) — che l’attacco sia di origine israeliano è cosa però ora nota, perché lo ha scritto il presidente degli Stati Uniti sul proprio social network privato. Nel post Trump promette che Tel Aviv non condurrà altri attacchi analoghi, e minaccia l’Iran, chiedendo di non rispondere attaccando il Qatar. In caso contrario, Trump scrive, saranno proprio gli Stati Uniti ad attaccare di nuovo il giacimento. Questa mattina il prezzo del gas sui listini europei è già aumentato del 25%. (Associated Press / Truth Social / the Independent)