Il momento della verità
Si apre la trattativa tra Stati Uniti e Iran, senza che si sia ancora deciso su cosa si sta trattando. Tra le altre notizie: il soft launch della candidatura alle primarie di Silvia Salis, gli ultimi sondaggi sulle elezioni in Ungheria, e qualcuno ha tirato una molotov contro la casa di Sam Altman
Si aprono oggi a Islamabad i negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran — e, incidentalmente, Israele, che nei giorni scorsi ha cercato di operare come spoiler del cessate il fuoco. È una trattativa difficilissima, perché i funzionari di Washington e Teheran arrivano senza aver mai davvero messo in chiaro su cosa si fossero accordati finora. L’accordo che ha fermato gli attacchi apocalittici minacciati da Trump è rimasto solo verbale, e nei giorni successivi gli Stati Uniti hanno ritrattato funzionalmente tutte le concessioni che avevano accordato nelle ore precedenti ai bombardamenti. Sono i colloqui più di alto livello che i due paesi abbiano avuto dal 1979, dalla rivoluzione, e i primi diretti dal 2015, quando si era arrivati all’accordo per il nucleare iraniano che poi Trump ha stracciato durante il proprio primo mandato. La delegazione statunitense è guidata dal vicepresidente Vance, e comprende anche l’imprenditore immobiliare Witkoff e il genero di Trump Kushner, che hanno seguito la trattativa finora. Quella iraniana è guidata dal presidente del parlamento Mohammad Baqer Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Entrambe le delegazioni hanno al proprio seguito un corposo staff, che ha richiesto un lockdown della sicurezza di Islamabad. Prima di partire, Ghalibaf ha dichiarato che Teheran avrebbe partecipato alla trattativa con “buona volontà,” ma che “non c’è fiducia con gli Stati Uniti” — l’amministrazione Trump II ha usato per due volte la trattativa come diversivo mentre venivano preparati attacchi militari contro il paese. (Reuters / Middle East Eye)
Secondo un retroscena da fonti iraniane le condizioni accettate da Trump sarebbero: lo sblocco dei beni iraniani congelati, il cessate il fuoco in Libano, una limitazione alla circolazione dello stretto di Hormuz, con un massimo di 15 navi durante tutta la trattativa — navi che dovranno pagare un pedaggio all’Iran, e il divieto di qualsiasi ridispiegamento di forze e attrezzature statunitensi contro l’Iran. Trump stesso, però, nega: parlando con i giornalisti ha detto che gli Stati Uniti “non permetteranno” all’Iran di far pagare il pedaggio. La questione non è solo politica: lo stretto di Hormuz è stato minato in condizioni di estrema difficoltà, in modo disordinato, e ora l’Iran non è in grado di riaprire lo stretto con rapidità: non è chiaro se sia stata registrata con precisione la posizione di ogni mina, e alcune potrebbero essere state piazzate in modo da permetterne lo spostamento. Anche gli Stati Uniti hanno capacità limitate di sminamento, affidandosi a navi da combattimento litoranee equipaggiate per lo sweeping delle mine. Come per le mine terrestri, la rimozione è molto più difficile del posizionamento. (X / the New York Times)
Nei giorni scorsi riportavamo di come il fronte di Stati Uniti e Israele sia incrinato dalle diverse necessità politiche — Trump vuole che il conflitto sia rientrato in tempo per le elezioni di metà mandato, mentre al contrario Netanyahu preferirebbe andare al voto in condizioni di guerra. Con la partenza di JD Vance per Islamabad la situazione diventa ancora più complessa, perché ora la trattativa è destinata a diventare uno dei capitoli più importanti del percorso politico del vicepresidente statunitense, che non è mai stato coinvolto in una trattativa internazionale di livello così alto. Parlando con Axios, un funzionario statunitense ha paragonato la trattativa al “Super Bowl” per Vance, che così sulla pace con l’Iran si gioca un pezzo importante di carriera politica. Un altro funzionario lo ha detto chiaramente: “Vance ha chiesto la palla e gliel’hanno passato. Può essere responsabile di ottenere l’accordo che metterà fine alla guerra.” Alcuni funzionari statunitensi sono scettici: temono che inviare un esponenti di così alto livello sia prematuro, dato che non è ancora stato svolto, davvero, molto lavoro preparatorio. Un’altra fonte di Axios ha ammesso candidamente che “non siamo ancora nemmeno d’accordo su cosa stiamo negoziando.” (Axios)