La fine di Orbán è solo l’inizio per l’Ungheria
Péter Magyar ha stravinto le elezioni, ma la strada per il ritorno dell’Ungheria a una democrazia funzionante è lunga e in salita. Tra le altre notizie: il blocco navale… in Iran; il rinnovo della collaborazione sulla Difesa tra Italia e Israele; e il primo sciopero di giornalisti contro l’IA
Viktor Orbán ha subito una sconfitta umiliante alle elezioni in Ungheria. Sono andati a votare il 77,8% degli elettori, l’affluenza più alta della storia post–1989 del paese. Il partito Tisza di Péter Magyar ha ottenuto 138 seggi parlamentari con il 53,07% dei voti di lista, contro i 55 seggi e il 38,43% dell’alleanza Fidesz-KDNP. La sigla di estrema destra Mi Hazánk è entrata in parlamento con 6 seggi e il 5,83%. Orbán ha riconosciuto la sconfitta parlando ai suoi sostenitori al Bálna di Budapest, definendo il risultato “chiaro” quando “doloroso.” Ha ringraziato i propri elettori, ma anche “l’enorme sostegno arrivato dall’estero.” Nel proprio discorso della vittoria Magyar ha rivendicato l’importanza di aver fatto campagna fuori dalla capitale, in provincia, e ha promesso un’alleanza forte con UE e NATO. La maggioranza ottenuta permetterà a Tisza di procedere anche in riforme dell’assetto costituzionale, se lo ritenesse. Su 444, Bede Márton scrive che quest’elezione segna un punto di rottura se possibile ancora più grande di quello del 1989, e che potrebbe trattarsi dell’inizio di un’inversione di tendenza rispetto all’ondata di estrema destra che ha travolto l’Europa e non solo: in quel caso, si potrà dire che gli ungheresi sono stati “i primi ad averne avuto abbastanza del pasticcio illiberale post-democratico.” (Mérce / 444)
La vittoria di Magyar non vuol dire il ritorno dell’Ungheria alla democrazia liberale: in 16 anni di potere il Fidesz ha radicato i propri uomini e le proprie idee a tutti i livelli del potere. I giudici della Corte costituzionale, il procuratore generale, il capo dell'autorità dei media sono tutti fedelissimi del Fidesz. Il presidente della Repubblica Sulyok, eletto dal parlamento, resterebbe in carica fino al 2029 e potrebbe ostacolare un governo Tisza rinviando le leggi alla Corte costituzionale o rimandandole al parlamento. Tisza, per altro, è tutto tranne che una sigla centrista: i primi dati sul comportamento di voto del partito in Parlamento europeo mostrano che si allinea per lo più con il Fidesz, specialmente su immigrazione — e anche sull’Ucraina, una questione su cui molte autorità europee auspicano un cambio di direzione drastico, invece. L’Ungheria esce dalle elezioni con un parlamento tutto di destra, nonostante una parte importante della base elettorale di Tisza sia composta da elettori di formazione progressista. (the Guardian)
Uno degli obiettivi di Tisza, infatti, è la rimozione del presidente Tamás Sulyok: Magyar lo ha chiesto espressamente durante il proprio discorso di vittoria, dicendo che il presidente dovrebbe conferirgli l’incarico e poi dimettersi. In realtà, sarà dura: se Sulyok non si dimette volontariamente, il nuovo parlamento avrebbe serie difficoltà a rimuoverlo. La procedura è regolata dalla Costituzione e anche da una legge introdotta nel 2011 proprio per blindare la presidenza della repubblica. Non basta, infatti, la maggioranza dei due terzi in Parlamento, ma anche un voto alla Corte costituzionale, che esamina il caso come un tribunale, e può chiamare il presidente a testimoniare per difendersi. Anche in questo caso serve la maggioranza dei due terzi, e la Corte può decidere semplicemente che il presidente non ha commesso violazioni sufficienti a giustificarne la rimozione: in quel caso, Sulyok resterebbe in carica anche contro le indicazioni del parlamento. (444)
Nelle scorse ore sono arrivate dal resto dell’Europa congratulazioni bipartisan a Péter Magyar: Von der Leyen ha scritto che “il cuore dell’Europa sta battendo più forte in Ungheria;” Macron ha celebrato “una vittoria di partecipazione democratica;” Sánchez ha scritto espressamente che hanno vinto “l’Europa e i valori europei;” Merz auspica una “cooperazione per un’Europa forte, sicura e soprattutto unita;” secondo Starmer è un “momento storico.” Manfred Weber parla della “vittoria del popolo ungherese,” rivendicando che le elezioni si vincono nel centrodestra; Roberta Metsola sottolinea che “il posto dell’Ungheria al cuore dell’Europa.” Ha festeggiato anche Ilaria Salis, scrivendo che “sia l’Ungheria che l’Europa saranno posti migliori senza Viktor Orbán.” (X)