Verità per Giulio Regeni (?)
Ci sono 3 condannati in primo grado per il caso Regeni — ma l’Egitto continua a non collaborare in nessun modo con le autorità italiane. Tra le altre notizie: gli Stati Uniti lasciano l’Iraq, Liliana Segre si schiera con la legge bavaglio, e OpenAI non rilascerà GPT-6.1 Astra per motivi di sicurezza
È finalmente arrivata la sentenza di primo grado nel processo contro i quattro agenti segreti egiziani accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni al Cairo nel 2016. Tre sono stati condannati per sequestro di persona: il maggiore Magdi Sharif, i colonnelli Athar Ibrahim e Uhsam Helmi; il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato invece assolto. I tre sarebbero teoricamente obbligati a pagare alla famiglia Regeni e allo stato italiano 500 mila e 150 mila euro — teoricamente perché i tre sono irreperibili, con lo stato egiziano che si è sempre rifiutato di comunicare i loro indirizzi e collaborare in qualsiasi modo. L’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha commentato così: “Ora anche il nostro governo dovrà prenderne atto: reclamare il risarcimento del danno come richiesto dall’avvocatura di Stato, e rompere i rapporti con un paese che, lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici.” (il manifesto)
Ballerini si riferisce a un fatto noto: dopo il caso Regeni i rapporti tra Italia ed Egitto non si sono raffreddati, anzi, i commerci tra i due paesi sono aumentati — soprattutto in settori critici e controversi come armi ed energia. Negli ultimi dieci anni il commercio bilaterale è cresciuto del 36%, con l’Italia che esporta macchinari industriali e che importa idrocarburi, soprattutto tramite lo sfruttamento da parte di Eni del gigantesco giacimento di gas a Zohr: Eni ha investito più di 12 miliardi di dollari nel giacimento, lanciando anche un piano per 230 futuri nuovi pozzi — questo gas arriva anche in italia, ed Eni detiene in Egitto il 20% delle sue riserve globali. Fa notare il Fatto quotidiano che “Questo canale energetico, fondamentale per i rifornimenti della Penisola dopo lo stop al gas russo per la guerra in Ucraina, costituisce il pilastro del Piano Mattei del governo Meloni, che considera il Cairo un Paese pilota e un hub strategico per la cooperazione nel Mediterraneo.” Ma gli affari sono anche legati al settore delle armi appunto, in particolare mezzi marittimi e di aviazione: Fincantieri ha venduto alla marina egiziana due fregate Fremm per 1,2 miliardi di euro. I maligni potrebbero anche chiedersi cosa se ne fa il governo egiziano di tutte queste supernavi, visto che una manciata di attivisti con delle generiche barche private sono stati più efficaci a intaccare il blocco genocidario israeliano nella confinante Gaza rispetto al regime di Sisi, che non ha mai alzato nemmeno un sopracciglio davanti ai massacri israeliani. (il Fatto quotidiano, dietro paywall)
Ma restando al processo in sé: perché la sentenza è così rilevante, se non ha stabilito chi sia stato l’assassino materiale del ricercatore italiano e se i tre condannati probabilmente non sconteranno mai la propria pena? Un motivo, ad esempio, è di ordine procedurale: in Italia non si può fare un processo a un assente, senza che ci sia una prova del fatto che almeno sappia di essere processato: per questo motivo il processo era stato sospeso tra il 2021 e il 2023. In quell’anno, però, la Corte costituzionale ha stabilito che era possibile svolgere il processo anche senza gli imputati, perché si trattava di un caso evidente di tortura inflitta dai funzionari pubblici di uno stato. Fa notare Barbara Randazzo, docente di Diritto costituzionale alla Statale di Milano intervistata dal Post, che “Sia l’Italia che l’Egitto hanno ratificato la Convenzione contro la tortura e sono quindi obbligati a collaborare e a perseguire i casi di tortura che coinvolgono loro cittadini o che avvengono sul loro territorio. L’Egitto però si è rifiutato di collaborare, sebbene le persone coinvolte fossero funzionari dello stesso governo egiziano. Per Randazzo l’eccezionalità della sentenza del 2023 sta nel fatto che ‘ha stabilito che la mancata collaborazione di uno Stato in un caso come questo, in cui c’è una tortura commessa da suoi funzionari, non può impedire l’accertamento dei fatti e quindi il processo’.” Il caso, dunque, ricorda anche quello del G8 di Genova, e potrà avere implicazioni in procedimenti simili nel futuro. (il Post)