La Spagna contro i franchisti palazzinari
Junts ha votato contro le leggi in difesa del diritto alla casa, e ora Sánchez deve decidere se tornare al voto. Tra le altre notizie: l’Arabia Saudita prepara un attacco contro gli Houthi, continuano le tensioni Campo largo, e come ti nascondo un data center in un bosco
Il Congresso dei deputati spagnolo ha affossato due decreti sulla casa approvati martedì dal governo — sull’onda dello sgombero subito da Maricarmen Abascal: il voto decisivo è stato quello di Junts, che ha votato insieme a popolari e Vox. Il primo decreto conteneva uno scudo antisfratto fino al 2030, il divieto per i fondi speculativi di comprare case sotto il 70% del valore, la regolazione degli affitti brevi e delle stanze e la proroga biennale dei contratti in scadenza; il secondo definiva un contratto a durata indefinita, con rinnovo automatico. Prima del voto, probabilmente sapendo cosa sarebbe successo, Sánchez aveva parlato a sorpresa: “Fate la cosa giusta, altrimenti la storia vi giudicherà prima di quanto possiate immaginare,” avvertendo che questa volta la crisi non era colpa “della troika, né dello spread, né delle banche.” Pablo Bustinduy (Sumar) ha tuonato: “Ogni sfratto che arriverà dopo questo voto porterà il nome e il cognome di chi ha votato no.” Bustinduy ha parlato espressamente di “conflitto di classe” contro “un’oligarchia internazionale che estrae rendite dal salario dei lavoratori.” (el Diario / RTVE)
Perché Junts ha affossato un decreto che aveva contribuito a scrivere, dopo aver ottenuto perfino che fosse lo Stato a coprire gli affitti non pagati ai proprietari? Secondo i retroscena, la svolta è arrivata sotto la pressione delle lobby stesse. Junts, d’altronde, è ormai interessato solo al confronto con l’estrema destra di Aliança, e secondo i sondaggi i suoi elettori sono gli unici in Catalogna a non considerare la casa un’emergenza. Serve sottolineare che la storia del “piccolo proprietario,” che affitta un appartamento per integrare la pensione non regge ai numeri: secondo uno studio del ministero dei Diritti sociali e del Consumo, chi affitta una sola casa copre solo il 39% del mercato, mentre più della metà delle case in affitto è di chi ne possiede due o più — il 60,8% a Barcellona, il 56,4% a Madrid — con un reddito mediano di 80 mila euro, contro i 21 mila degli inquilini. (el Diario / infoLibre)
Sánchez deciderà nel fine settimana se è il momento di tornare al voto: si potrebbe votare già 29 novembre, oppure attendere fino al 6 dicembre, festa della Costituzione. Sumar domenica discuterà il da farsi, senza ancora un candidato. Il PP si dice invece pronto al voto. Oggi, nel frattempo, sono convocate manifestazioni in più di 50 città. Il sindacato degli inquilini chiede l’organizzazione di uno sciopero generale — in Spagna non se ne fa uno dal 2012 — perché “la Spagna ha un Congresso tenuto in ostaggio dai rentier.” A dirla tutta è ancora peggio: il Congresso è occupato dai rentier. Un deputato su 6 — 60 su 349 — incassa affitti, tanto che se formassero un gruppo parlamentare sarebbero la terza forza della Camera. Su infoLibre Jesús Maraña spiega che le destre “spagnole,” ma anche “navarre o catalane,” sono “il braccio politico della lobby immobiliare e delle élite multiproprietarie,” che sperano che la collera sugli affitti verrà diluita dalla propaganda sull’immigrazione. Ma la crisi colpisce tutti, e il supporto è trasversale: due spagnoli su tre chiedono di limitare i prezzi: compreso più del 55% degli elettori di PP e Vox. (el Diario / infoLibre / RTVE / Cadena Ser)