Gli Stati Uniti cercano il contentino

JD Vance fa una piccola concessione alla trattativa con l’Iran, ma trovare un accordo resta ancora difficilissimo. Tra le altre notizie: la morte di Maricarmen Abascal, vanno avanti i lavori per la nuova legge elettorale, e anche per internet è un problema la chiusura dello stretto di Bab el–Mandeb

Gli Stati Uniti cercano il contentino
foto: dominio pubblico Emily J. Higgins / Casa bianca

La guerra in Iran si è rivelata un disastro per gli Stati Uniti, che ora si trovano incastrati in un vicolo cieco: come uscire dal conflitto senza ammettere di essere stati sconfitti a livello strategico e politico. Nelle scorse ore, parlando con Reuters, il vicepresidente degli Stati Uniti Vance ha fatto una prima apertura rilevante a una conclusione diplomatica del conflitto, dicendo che l’Iran doveva “ridurre in modo significativo” la propria capacità di arricchimento dell’uranio per soddisfare le richieste statunitense e mettere fine alla guerra. Finora l’amministrazione Trump II era rimasta ferma sulle richieste israeliane in merito: Teheran avrebbe dovuto mettere completamente fine al proprio programma di arricchimento nucleare per siglare un accordo che mettesse fine alla guerra. (Reuters)

Si tratta, però, di una richiesta difficile da sostanziare: l’ultimo dato vero che abbiamo è che prima dell’inizio della guerra l’Iran era in possesso di 440 kg di uranio arricchito al 60% — sulla strada per diventare uranio arricchito al 90%, il livello a cui è considerato di grado militare. Era una quantità sufficiente per, una volta terminato il processo, costruire 10 bombe atomiche. Dopo i bombardamenti non è noto sapere quanto di quell’uranio sia ancora raggiungibile. Secondo l’AIEA potrebbe essere più o meno metà — “un po’ più di 200 kg,” ipotizza Rafael Grossi — in gran parte stoccato nel tunnel di Isfahan, un impianto annunciato alla vigilia dell’attacco statunitense e israeliano, e finora uscito indenne dai bombardamenti. È ovviamente una richiesta paradossale, allo stato attuale della trattativa: le 3 centrifughe iraniane note sono distrutte e fuori uso, e nessuno — nemmeno Tel Aviv — sostiene che in questo momento l’Iran stia arricchendo uranio. Vale la pena ricordare, occasionalmente, che tutto questo non sarebbe successo, con ogni probabilità, se Trump non avesse stracciato l’accordo per il nucleare del 2015. (Reuters)

Mentre si cerca un contentino nella trattativa, gli Stati Uniti fanno quello che fanno sempre per uscire da un conflitto andato male: parlando con i giornalisti da Atene, Marco Rubio si è fermato a un passo dal dichiarare vittoria. Secondo il segretario di Stato statunitense, l’Iran avrebbe “perso il controllo completo” dello stretto di Hormuz, spingendosi a descriverlo come “aperto.” “Attualmente scorre quasi la stessa quantità di petrolio che scorreva prima dell’inizio del conflitto.” Mentre, al contrario, l’economia iraniana sarebbe “in caduta libera.” Non serve specificare che i fatti sono diversi: è vero che nelle ultime settimane i Guardiani della rivoluzione hanno fatto passare più petroliere “irregolari,” ma gli attacchi sono comunque frequenti — nella scorsa settimana sono stati 12, il numero più alto dall’inizio della guerra. I mercati restano nervosi — mentre scriviamo il Brent è a 104 dollari — e semplicemente molte compagnie stanno cercando di fronteggiare il maggior pericolo: fare il capitano di una petroliera che passa da Hormuz è un lavoro da 100 mila dollari al mese ora, con bonus da 50 mila dollari per ogni traversata riuscita. Rubio, da parte sua, ha negato qualsiasi apertura fatta da Vance, dicendo che l’Iran “non può avere una bomba atomica, punto, fine della storia.” (CBS News / Trading Economics / Financial Times)