Sono finiti i soldi per la facciata umana delle deportazioni

Frontex ha dovuto sospendere il proprio programma di “reintegrazione.” Tra le altre notizie: l’amministrazione Trump II vuole togliere la cittadinanza a Ilhan Omar, i lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano hanno occupato la prefettura di Genova, e 8 stati statunitensi fanno causa a OpenAI

Sono finiti i soldi per la facciata umana delle deportazioni
foto CC BY–SA 4.0 Francesco Placco

Frontex ha sospeso il proprio programma di “reintegrazione” dei deportati: da inizio mese non accetta nuove domande, perché il budget annuale è finito in anticipo. Il programma, attivo dal 2022, offre assistenza economica, sanitaria e formazione professionale alle persone deportate nei paesi d’origine — in un tentativo maldestro di rendere “presentabile” la macchina delle deportazioni, ma anche un tentativo di non far ripartire le persone deportate al primo tentativo. La spiegazione è semplice: gli stati europei hanno aumentato in modo drastico le deportazioni, e non ci sono i soldi per seguirle nel modo in cui si era promesso. Il portavoce di Frontex, Chris Borowski, ne parla con i conti alla mano: “Non ha senso parlare di una politica europea sui rimpatri più ambiziosa senza parlare delle risorse necessarie.” “Ambizioni e finanziamenti devono andare di pari passo,” perché “i rimpatri non finiscono quando atterra l’aereo.” POLITICO ha visionato una circolare interna all’agenzia su come comunicare la sospensione ai migranti: gli operatori devono riconoscere che si tratta di un “problema istituzionale,” e “non discutere né difendere la politica dell’UE” — nemmeno chi ci lavora è tenuto a fingere che la situazione sia difendibile. (POLITICO)

In Germania gli effetti sono stati immediati: in diversi Länder le partenze “volontarie” già pianificate sono state fermate. Va sottolineato come lo schema fosse un supporto solo di facciata, un evidente anello debole nello schema di deportazioni comunitario: nel 2024 era di circa 30 milioni, contro un budget complessivo da 1,1 miliardi. Si trattava di una mancanza così evidente che il blocco non arriva esattamente come una sorpresa: secondo fonti di WDR e NDR la Commissione europea era stata informata del problema già mesi fa, quando è stato chiaro che la domanda di deportazioni da parte degli stati membri sarebbe aumentata drasticamente — ma le autorità europee non si sono preoccupate di muoversi verso nessuna ricapitalizzazione. L’alternativa, quella di limitare le deportazioni e lavorare in senso opposto, non è ovviamente nemmeno in discussione a Bruxelles. (Tagesschau)

D’altronde, la svolta neofascista degli stati europei è stata a dir poco brusca: negli ultimi 6 anni le deportazioni “volontarie” finanziate da Frontex sono aumentate del 22.900%: da 155 nel 2019, a 35.637 persone nel 2024. Il meccanismo funziona come un ricatto, a tutti gli effetti: incentivi in denaro in cambio della “cooperazione” con la propria deportazione. Una cornice falsamente umanitaria che serve a “inquadrare in una narrazione positiva” “quello che è di fatto un approccio neo-coloniale di controllo della mobilità,” spiega la ricercatrice Rossella Marino. È un processo che sta continuando spedito, senza nessuna attenzione ai diritti umani (e a questo siamo ormai abituati) ma neanche alla fattibilità: al Consiglio europeo i paesi della linea neofascista chiedono fondi per i centri di deportazione in paesi terzi, agitando lo spettro dell’incidente di Ceuta — quando l’exclave spagnola pesa sullo 0,7% degli arrivi senza documenti — e la presidenza irlandese propone di tagliare del 17% i fondi alla cooperazione allo sviluppo, mentre il regolamento della Commissione li subordina alla riammissione dei deportati. (Statewatch / el Diario / Público)

In realtà, le autorità nazionali e comunitarie dovrebbero avere altre preoccupazioni in termini di fondi, perché la crisi dei carburanti è tale che la ONG spagnola Salvamento Marítimo Humanitario ha dovuto rinviare la prossima missione nel Mediterraneo centrale all’anno prossimo, perché il carburante costa troppo — in un anno in cui si contano già 2.292 morti e dispersi; un numero che è sicuramente nettamente inferiore al reale. Mentre gli stati contano gli spiccioli per la ‘reintegrazione,’ non ci sono soldi nemmeno per impedire che le persone anneghino — ma d’altronde questa è un’attività ormai apertamente osteggiata dalle autorità in molti paesi. (Al Jazeera)