Il problema è che il woke era diventato una cosa da moderati
L’inutile dibattito sul woke anticipa ancora meno attenzione per le diseguaglianze. Tra le altre notizie: Il premier canadese Carney risponde agli attacchi statunitensi, sarebbe stata decisa la rimozione di Ranucci, e la storia di una galassia mangiata dalla Via Lattea
L’intervento di Giuseppe Conte su Repubblica, che si innesta sulla riflessione di Alexandria Ocasio-Cortez — più o meno, ne riparliamo dopo, anche se il livello è che su Repubblica scrivono pure il suo nome sbagliato — ha aperto un dibattito tanto ampio quanto poco serio sulla stampa e nella politica italiana. Secondo Conte il “woke,” inteso come “le degenerazioni del ‘politicamente corretto’ e della ‘cancel culture,’” avrebbe addirittura portato in “talune punte” alla “repressione della libertà d’opinione” — anche se non ci risultano governi woke che hanno usato la forza dello stato per censurare i propri cittadini. Conte spiega che i cittadini del “ceto medio” e “quelli appartenenti ai ceti più vulnerabili” non hanno capito le questioni sollevate dalla cultura woke, che invece è stata usata come “capro espiatorio per screditare qualsiasi istanza di uguaglianza.” Secondo Conte la “cultura woke” è diventata “una sorta di religione morale autoreferenziale,” mentre invece “una forza progressista deve necessariamente intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali che hanno assunto un rilievo strutturale.” (la Repubblica)
Molti nel centrosinistra hanno risposto rapidamente, freschi di ritorno dalle vacanze, fondamentalmente per dare ragione a Conte, pur prendendo le distanze da una condanna diretta. Bonelli dice che “l’ossatura di una forza progressista deve occuparsi di stipendi, sanità, lotta alla povertà,” “ma occuparsi di diritti umani delle persone è altrettanto necessario” — meno male — mentre secondo Dario Nardella (PD) “il woke non è la causa della sconfitta della sinistra,” “ne è il sintomo.” Matteo Renzi, i cui anni d’oro a dire il vero si collocano proprio quando la cultura woke entrava nel dibattito anche in Italia, scrive su X di “ubriacatura woke.” Perfino Boldrini parla di “qualche eccesso nei toni,” anche se precisa che “non toglie nulla alle battaglie contro le discriminazioni etniche, la violenza di genere e per i diritti LGBTQIA+.” Sul manifesto, Andrea Fabozzi invece sottolinea quanto poco sia costruttivo questo dibattito mentre sul New York Times Meloni dice in termini espliciti che è normale che durante il fascismo si vedessero le cose in modo diverso da come oggi la storia valuta il fascismo, insomma che fosse comprensibile non essere antifascisti. (la Repubblica / X / il manifesto / the New York Times)
È difficile non archiviare l’intera questione a una contorsione autoreferenziale dell’area progressista italiana: lo stesso Conte, che ha importato il dibattito dagli Stati Uniti, nel suo articolo non riesce a citare un singolo esempio di “eccessi” della cultura woke in Italia, e deve prenderne in prestito uno dagli Stati Uniti: la critica di Francesca Hong al Giorno del Ringraziamento — un argomento che siamo sicuri abbia agitato tutte le famiglie italiane in questo agosto. (the Washington Post)
In realtà in Italia è particolarmente chiaro quale sia il meccanismo dietro alla critica della cultura woke. In Italia il razzismo e la discriminazione si sono stratificati col passare dei decenni, contro le persone venete, poi meridionali, dell’Est Europa, e poi con il passare degli anni contro le persone provenienti da Africa e Asia. In Italia le questioni di genere sono ancora vicine allo zero assoluto — si dibatte sull’uso di parole come ‘femminicidio’ e la gestazione per altri è un reato universale. In Italia, come negli Stati Uniti, i progressisti vengono da anni di sconfitte, e ora bisogna trovare una spiegazione per queste sconfitte: condannare la cultura woke è una soluzione rapida e indolore, perché permette di non mettere davvero in discussione i motivi per cui quei candidati non hanno trovato una connessione con l’elettorato. Basta pensare ai casi specifici per rendersi conto di quanto la critica della cultura woke sia mal riposta: il PD di Enrico Letta alle scorse elezioni era woke; ha perso le elezioni per quello, o perché ha volutamente distrutto la coalizione che poteva contendersi la vittoria con la destra? Tornando negli Stati Uniti, Joe Biden era woke (o così ci dicono); ha perso le elezioni per quello, o per aver facilitato il genocidio di Gaza e bellamente ignorato la crisi del costo della vita? Conte, come negli Stati Uniti Ocasio–Cortez, invita a concentrarsi sulle diseguaglianze e le difficoltà economiche, ma fatica a dire cosa si dovrebbe fare di materialmente diverso rispetto a quanto detto dai candidati liberali e più vicini agli interessi del capitale che alle precedenti tornate elettorali hanno perso. Quello che è successo, invece, è il contrario: candidati moderati e lontanissimi dalle necessità delle persone che lavorano hanno cooptato termini movimentisti per nascondere quanto poco volessero fare per aiutare chi ne ha bisogno. Chi li avrebbe dovuti votare — secondo loro — se n’è accorto, non li ha votati, e ora l’unica cosa che ci viene detta davvero è che si vuole fare ancora di meno per contrastare le diseguaglianze. (Domani / CNN)