La crisi statunitense dei missili

Trump ritira per l’ennesima volta la minaccia di un grande attacco contro l’Iran. Tra le altre notizie: continua l’aggressione della Spagna da parte degli stati europei, il piano della maggioranza per blindare le chat di Delmastro, e quando costa leggere per primi i tweet di Trump

La crisi statunitense dei missili
foto via X, CENTCOM

Sabato sera Donald Trump ha annunciato di aver rinunciato, almeno per ora, a un nuovo attacco su larga scala contro l’Iran — nelle ore precedenti si temeva che dovesse essere una nuova grande deflagrazione, con anche il coinvolgimento rinnovato di Israele. Trump tratterrà l’attacco a patto di chiudere rapidamente un accordo sul nucleare iraniano e per la riapertura dello stretto di Hormuz. La dinamica non è chiarissima, ma sappiamo che nelle ore precedenti l’Iran aveva avvertito che avrebbe scatenato “le fiamme della guerra” in risposta al prossimo round di attacchi Poco dopo l’ambasciata statunitense a Abu Dhabi e il consolato generale a Dubai hanno indicato ai propri cittadini di prepararsi a difficoltà — cancellazione di voli, chiusure dello spazio aereo, e possibili altre difficoltà a viaggiare: “Gli americani nella regione dovrebbero valutare di partire, o essere prepararti a partire nel caso ci sia una escalation.” È il tipo di nota che viene emessa quando a una escalation ci si sta preparando — con i propri attacchi. Nel corso della giornata, però, il principe saudita Mohammed bin Salman ha parlato al telefono con Trump per esprimere le proprie preoccupazioni per gli attacchi statunitensi. (Truth Social / Al Jazeera / Ambasciate statunitensi / Axios)

Nelle ore precedenti i media e i funzionari iraniani avevano fatto intendere in modo esplicito che dall’Iran sarebbero partiti attacchi di ritorsione intensi, sui giacimento di petrolio di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, e sui giacimenti di gas di Qatar e Israele. La minaccia di importanti attacchi di ritorsione, soprattutto contro Israele, che dipende direttamente dalla difesa statunitense, mette in difficoltà gli Stati Uniti — come scrivevamo nei giorni scorsi, le analisi danno Washington sempre più a corto di intercettori. Non è un caso che in questi giorni gli Stati Uniti stiano rapidamente smontando la propria presenza militare in Iraq: secondo un retroscena di al-Monitor i sistemi di difesa Patriot sarebbero già stati completamente rimossi. (Nournews / CSIS / al–Monitor)

La questione della scarsità di armamenti è un nodo politico complicatissimo: delicato sia a livello politico che a livello operativo, spiega Ken Klippenstein. I funzionari statunitensi vogliono al tempo stesso più fondi per le forze armate, ma anche ribadire che nessuna carenza di armi impedisce agli Stati Uniti di colpire l’Iran. Il paradosso ha toccato livelli tragicomici quando l’ambasciatore all’Onu Waltz, a Meet the Press, ha dato la colpa della penuria di missili a Biden, salvo poi negare che una penuria esista e chiedere che chi ha fatto trapelare la notizia — teoricamente falsa — venga incriminato. Klippenstein presenta una tesi specifica: che l’esercito statunitense, sbilanciato per la cultura militare occidentale, spenda troppo per l’offensiva, e sia sostanzialmente disinteressato alle armi difensive. È una tradizione di vecchia data, negli Stati Uniti, dove già alla fine degli anni Cinquanta ci si era inventati un inesistente “missile gap” con l’Unione sovietica per giustificare una sempre maggiore produzione missilistica. (Ken Klippenstein / YouTube)