L’ONU conferma i crimini di guerra statunitensi in Iran

La missione d’inchiesta ONU ha confermato con “ragionevoli motivi” che gli Stati Uniti hanno bombardato due scuole. Tra le altre notizie: le elezioni in Russia, piú o meno; anche Crosetto vuole andare a Bab el–Mandeb, ed è stata scoperta una nuova specie di gatto

L’ONU conferma i crimini di guerra statunitensi in Iran
I soccorritori tra le rovine della scuola Shajareh Tayyebeh di Minab. Foto: CC BY 4.0 Mehr

La missione d’inchiesta internazionale e indipendente dell’ONU sull’Iran ha trovato “ragionevoli motivi” per attribuire agli Stati Uniti due attacchi indiscriminati compiuti il 28 febbraio contro la scuola Shajareh Tayyebeh di Minab e un complesso sportivo di Lamerd, qualificandoli come crimini di guerra. Secondo gli addetti ONU, la scuola di Minab era “chiaramente identificabile” come struttura civile, e non ci sono prove che fosse utilizzata per scopi militari. L’inchiesta segna un cambio di tenore sullo scandalo della strage della scuola di Minab: finora gli Stati Uniti non hanno mai ammesso nessuna responsabilità, e le ricostruzioni spiegavano l’attacco dicendo che la struttura si trovasse nei pressi di un complesso navale dei Guardiani della rivoluzione, e che Washington fosse in possesso di informazioni datate o parziali. Al contrario, per gli investigatori dell’ONU non si è trattato di un semplice errore, o di un atto di negligenza: gli Stati Uniti hanno “diretto gli attacchi contro l’edificio della scuola pur essendo consapevoli del rischio sostanziale di colpire un obiettivo civile, e agendo in modo sconsiderato rispetto alla possibilità che ciò accadesse.” (OHCHR)

Nello stesso giorno, un secondo attacco si è abbattuto su un’area residenziale chiaramente riconoscibile, a Lamerd, danneggiando abitazioni e un’altra scuola. Solo in questo attacco sono stati uccisi almeno 22 civili — anche questo bombardamento è stato giudicato indiscriminato e dunque un crimine di guerra. Formalmente, il Pentagono sostiene che la propria indagine sulla strage sia “ancora in corso,” e di non avere ancora nulla da annunciare al riguardo. Secondo il Guardian, però, l’indagine dovrebbe essere conclusa da mesi, e alti comandanti statunitensi sarebbero stati avvertiti che i dati impiegati durante la guerra erano obsoleti. Sull’attacco sulla città di Lamerd, invece, il Centcom statunitense del tutto nega ogni responsabilità. La missione d‘inchiesta non è un organo giudiziario, e le sue conclusioni non equivalgono a una sentenza, ma possono diventare eventualmente materiale probatorio per indagini dei tribunali nazionali, o della Corte penale internazionale. Il rapporto sarà discusso lunedì prossimo a Ginevra dal Consiglio per i diritti umani. (Middle East Monitor / the Guardian)

Nel frattempo, la crisi dello stretto di Bab el–Mandeb si fa sempre più profonda: l’Arabia Saudita avrebbe chiesto assistenza per gestire la situazione anche a Pechino, e i funzionari cinesi avrebbero chiesto in privato a Teheran si usare la propria influenza sugli Houthi per fermare la loro avanzata lungo il mar Rosso. Le autorità iraniane sembra abbiano risposto alzando le spalle, e indicando che la stabilità regionale dipende dalla fine della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele. Pechino non ha accompagnato la richiesta con minacce economiche, ma ovviamente è molto influente sull’Iran: nel 2025 ha acquistato più dell’80% delle esportazioni petrolifere marittime iraniane. D’altro canto, con sia Hormuz che Bab el–Mandeb coinvolti nel conflitto, entrambe le arterie da cui dipende Pechino per l’approvvigionamento di petrolio dalla regione sono di fatto chiuse. L’attacco all’oleodotto East–West ha nel frattempo fermato il passaggio di 4–5 milioni di barili al giorno e, secondo un’analisi di Al Jazeera, ha contribuito a far crollare di oltre il 70% le esportazioni saudite. Riad ora cerca di far transitare di nuovo greggio attraverso Hormuz, anche con petroliere che spengono i transponder e trasferiscono il carico al largo di Sohar, in Oman. Le altre alternative — le scorte sulla costa occidentale, l’oleodotto egiziano Sumed o un riavvio parziale dell’East–West — non bastano per colmare la drastica riduzione di esportazioni. (Reuters / Al Jazeera)