Il “Progetto Eliminazione” di Israele per i palestinesi in Cisgiordania
Un nuovo rapporto di B'Tselem denuncia lo schema di repressione e violenza di Israele in Cisgiordania. Tra le altre notizie: Zelenskyj sospende il procuratore generale ucraino, Mario Roggero resterà in carcere, Donald Trump promette che “i robot non prenderanno il sopravvento”
Un nuovo rapporto di B'Tselem denuncia come i singoli episodi di repressione da parte dell’esercito israeliano in Cisgiordania siano parte di un singolo progetto politico: rendere insostenibile la vita palestinese. L’ONG israeliana lo chiama “il progetto Eliminazione,” precisando che per eliminazione non intende soltanto l’espulsione fisica, ma lo smantellamento delle condizioni che permettono ai palestinesi di esistere come collettività. Il meccanismo agisce su 5 fronti, che sono collegati: violenza e intimidazione, restrizioni al movimento, strangolamento economico, distruzione sociale e politica, pulizia etnica e conquista territoriale. La logica, secondo B’Tselem, è contenuta nel “Piano decisivo” pubblicato nel 2017 da Bezalel Smotrich, oggi ministro delle Finanze e titolare di ampi poteri sugli affari civili della Cisgiordania. Il piano prevedeva 3 possibilità per la popolazione palestinese: accettare la supremazia ebraico-israeliana rinunciando alle proprie aspirazioni nazionali, lasciare il territorio oppure affrontare la repressione militare. (B'Tselem / Istituto per gli studi palestinesi)
Nel frattempo a Gaza mancano le incubatrici, e i neonati prematuri muoiono senza cure: all’ospedale Nasser di Khan Yunis i medici sono costretti a sistemare anche 2 o 3 bambini nella stessa incubatrice. “La situazione è disperata,” spiega Hatem Dhahir, responsabile del reparto di neonatologia, ad AFP: “Non c’è ossigeno né incubatrici libere.” “Proviamo a trasferirli in altre strutture, ma sono sempre piene. La maggior parte dei bambini ha bisogno di ossigeno ed è fortemente sottopeso: le cose vanno di male in peggio.” Secondo un report OCHA di marzo una gravidanza su tre a Gaza era ad alto rischio, e il 70% (!) dei neonati nasceva prematuro o sottopeso, con la condivisione delle incubatrici che aumenta in modo significativo la mortalità. La commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha documentato a giugno un aumento di aborti spontanei, parti di nati morti, neonati sottopeso e malformazioni congenite, in particolare cardiache, collegato al collasso sanitario. Nonostante il cessate il fuoco forzato dagli Stati Uniti, Israele continua a limitare l’ingresso di materiali sanitari, indicandoli come di possibile duplice uso, e le forniture mediche sono sempre più scarse. L’UNICEF ha consegnato finora 93 incubatrici a 6 strutture della Striscia, ma per Toby Fricker, responsabile advocacy dell’agenzia per la Palestina, “le cose funzionano solo grazie alla pura… resilienza dei medici e delle persone.” (France 24 / OCHA)
Sabato, nello stesso ospedale, è morta anche Iman Shalouf, 27 anni, incinta di quasi 8 mesi. Secondo i familiari e il personale medico citati dal Guardian, era seduta nella tenda della famiglia ad al-Mawasi, a sud di Khan Yunis, quando è stata colpita alla testa da un proiettile israeliano. Trasportata al Nasser, i medici avevano inizialmente rilevato il battito del feto, ma poche ore dopo sono morti entrambi. “Dov’è il cessate il fuoco di cui continuano a parlare?” ha sospirato il marito, Ismail abu Mashi. “Non esiste. Qui si uccide ogni giorno. La gente muore ogni giorno.” Le IDF, interpellate dal quotidiano di Londra, hanno fatto spallucce — rispondendo che stavano verificando l’accaduto. Il ministero della Sanità di Gaza denuncia che negli stessi 2 giorni almeno 10 palestinesi sono stati uccisi e 56 feriti da bombardamenti e colpi d’arma da fuoco israeliani: tra gli uccisi ci sono due bambine di 12 e 8 anni. (the Guardian)