La guerra lampo di Trump e Netanyahu non finisce mai

Mentre gli Houthi stringono il proprio controllo sullo stretto di Bab el–Mandeb, alla Casa bianca ci si prepara ad altri due anni di guerra. Tra le altre notizie: JD Vance sogna la presidenza, la morte di Emma Bonino, e l’invenzione degli “immigrati algoritmici”

La guerra lampo di Trump e Netanyahu non finisce mai
1966. Lo stretto di Bab el–Mandeb visto dallo Spazio. Foto: dominio pubblico, NASA

Gli Houthi hanno conquistato Mokha, città portuale dello Yemen occidentale distante circa 75 km dallo stretto di Bab el–Mandeb, dopo aver respinto le forze legate al governo. La presa della città è stata confermata al New York Times anche da due funzionari yemeniti — il quotidiano ha anche pubblicato un video di miliziani armati che attraversano la città, con qualcuno che festeggia: “Morte all’America, morte a Israele.” Le forze del generale Tareq Saleh, il pilastro yemenita dello schieramento sostenuto dall’Arabia Saudita minimizzano, parlando di un “ripiegamento tattico,” necessario per riorganizzarsi. Allo stesso modo, il Consiglio di difesa nazionale yemenita sostiene che le vittorie degli Houthi sono soltanto temporanei, e che non diventeranno una “realtà geografica.” L’offensiva si era riaperta la settimana scorsa, e il ritiro dei militari guidati da Saleh ha aperto la strada per gli Houthi — nei combattimenti di questi giorni sono rimaste sfollate più di 20 mila persone. Con la presa di Mokha gli Houthi fanno un altro passo verso Bab el–Mandeb, attraverso cui transitano petrolio e carburanti diretti dal Golfo al Mediterraneo — oltre che il petrolio russo, e molte merci dirette verso l’Asia. Ora i combattimenti hanno raggiunto anche le isole Hanish, e stanno spingendo le forze avversario verso Dhubab, proprio di fronte all’isola di Perim, all’interno dello stretto. Il controllo di queste posizioni garantirebbe agli Houthi controllo diretto sul passaggio navale. Se l’avanzata dovesse proseguire come in questi giorni, presto l’Iran e i suoi alleati potrebbero esercitare un controllo — almeno parziale — sui due grandi colli di bottiglia ai lati della penisola arabica. (the New York Times / Al Jazeera / Anadolu / Reuters)

Per l’Arabia Saudita si configura un’altra sconfitta umiliante, e potenzialmente una crisi molto grave: dopo la chiusura di Hormuz Riad ha trasferito milioni di barili al giorno verso il porto di Yanbu, sul mar Rosso. Già da luglio gli Houthi avevano proclamato un blocco contro le petroliere saudite, e ora hanno una posizione di vantaggio per farlo rispettare. Mentre scriviamo il Brent è a 105 dollari al barile, dopo aver toccato un picco di 107,6 dollari al barile — siamo molto vicini al massimale dello scorso maggio, 112 dollari, e al massimo decennale, 119 dollari. (Trading Economics)

Dall’inizio della guerra Donald Trump insiste che la guerra stia per finire, ovviamente con la vittoria schiacciante degli Stati Uniti. A porte chiuse, però, le preoccupazioni sono tutte altre: un’esclusiva del Wall Street Journal rivela che JD Vance, Marco Rubio e altri importanti funzionari hanno discusso con Trump dello scenario che la guerra continui per tutto il resto del suo mandato — fino all’insediamento del prossimo presidente almeno, nel gennaio 2029. È una prospettiva ovviamente inconciliabile con quella che la Casa bianca presenta pubblicamente: ancora durante il proprio intervento alla convention repubblicana Trump ha detto che la guerra sarebbe finita “subito dopo” le elezioni. Di fronte a quella che si sta configurando come non solo una sconfitta politica ma anche militare, gli Stati Uniti ora starebbero guardando a un assedio economico potenzialmente indefinito. Suzanne Maloney, esperta dell’Iran alla Brookings Institution sostiene che le misure economiche attivate dagli Stati Uniti non avranno risultati decisivi nel breve o nel medio periodo, che l’unico modo per ottenere risultati è un assedio di lunga durata — e anche in quel caso le prospettive di successo restano “dubbie,” in particolare considerando il rischio di rappresaglie in tutta la regione. Un’altra esclusiva del quotidiano di New York rivela infatti che Teheran avrebbe ripreso la produzione di missili balistici, usando materiali già in magazzino, e lavorando in strutture anche sotterranee — se il retroscena fosse confermato, verrebbe cancellata un’altra vittoria molto vantata da Washington e Tel Aviv. (the Wall Street Journal)