La guerra in Iran si perde alle urne
Nel partito repubblicano cresce l’agitazione per le elezioni, con la guerra in Iran che non va da nessuna parte. Tra le altre notizie: due alti dirigenti del Mossad hanno perso il lavoro, Schlein prova a mettere in sicurezza la coalizione, e che cos’è lo “Spiralismo,” la religione degli agenti IA
La guerra in Iran — o meglio, il fallimento che è stata la guerra in Iran — si sta trasformando in un grande problema politico per i repubblicani. Il nodo centrale è, come in Italia, il prezzo della benzina, sopra i 4 dollari al gallone, un dollaro in più rispetto a un anno fa: la campagna elettorale per le elezioni di metà mandato, insomma, sarà tutta sul costo della vita, argomento su cui i repubblicani stessi temono di essere fragili. A pochi mesi dal voto, la Casa Bianca ha di fatto smesso di fornire ai parlamentari indicazioni su come comunicare il conflitto: i briefing sono scarsi e sempre più “fuori sintonia” con i temi che interessano agli elettori statunitensi, secondo 6 fonti, ovviamente anonime, sentite da POLITICO. Il malumore è diffuso nel partito: in un briefing i funzionari della Casa Bianca avrebbero invitato a marcare il contrasto con i democratici “radicali” e “ineleggibili,” invece di puntare sui risultati ottenuti — perché, è implicito, ce ne sono pochi di cui ci si può vantare. Uno dei funzionari che ha parlato con il magazine è particolarmente tagliente tagliente: “È ironico continuare a concentrarci sulla minaccia di questi ‘piccoli Mamdani,’ quando perfino alcuni funzionari della Casa Bianca hanno riconosciuto che ha vinto perché parlava di problemi reali di costo della vita.” Parlamentari e senatori repubblicani sono sempre più frustrati: dalla Casa bianca arrivano indicazioni che in realtà dallo stretto di Hormuz passa abbastanza greggio per stabilizzare il prezzo dei carburanti — cosa che finora non si è manifestata — e quando chiedono indicazioni politiche gli viene detto solo di riferire che il presidente “vuole riaprire lo stretto e far scorrere liberamente il petrolio.” Il rischio, per i repubblicani, è quello dell’“intensity gap,” il divario di mobilitazione: i propri elettori, semplicemente, potrebbero restare a casa, mentre invece i democratici potrebbero saper attivare i propri. E se i democratici conquistassero una o entrambe le Camere, arriverebbero indagini, audizioni e possibili blocchi ai finanziamenti cari al partito e all’amministrazione Trump II. (POLITICO)
Da Teheran, l’accusa è che gli Stati Uniti non siano in grado di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. Il presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf ha accusato Trump di fare “teatro diplomatico a ciclo continuo”: “‘Sta arrivando un attacco massiccio… aspetta, lascia stare, vogliono negoziare.’ Ecco la teatro-diplomazia in loop,” ha scritto su X, bollando come “strategia fallimentare” l’uso di “prepotenza, promesse tradite e fake news” come leva negoziale, e invitando Washington a “riconoscere i fatti” e a mantenere gli impegni. (X)
Anche Matt Spetalnick, su Reuters, scrive che Trump è intrappolato in una guerra senza via d’uscita che aveva promesso sarebbe durata poche settimane. Le opzioni sono tutte sgradevoli. La prima è l’accordo ponte in via di definizione tra Iran e Oman sullo stretto di Hormuz, che consegnerebbe a Teheran un controllo sul passaggio che non aveva mai avuto prima della guerra. La seconda è una nuova ondata di raid, politicamente rischiosa a ridosso del voto e senza migliori probabilità di successo del bombardamento che finora non è riuscito a piegare Teheran. La terza è mantenere lo status quo di guerra a bassa intensità, con il blocco dei porti iraniani e ritorsioni sporadiche, che però non offre alcuna uscita dignitosa da un conflitto che il presidente dava per chiuso entro metà aprile. (Reuters)