La corsa al riarmo degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti negano di essere a corto di armi, per quello il Pentagono ha dato 3 settimane all’industria delle armi per presentare piani di riarmo. Tra le altre notizie: il PAM continuerà ad usare i servizi di Palantir, la protesta contro La Russa, e la centrale elettrica di Amazon in Texas

La corsa al riarmo degli Stati Uniti
foto via X, CENTCOM

Il Pentagono sta spingendo l’industria delle armi statunitense ad accelerare la produzione per ricostituire le scorte di munizioni, assottigliate dai 5 mesi di guerra con l’Iran. Il nuovo retroscena arriva dopo numerose dichiarazioni di Trump e della sua amministrazione che negano le ricostruzioni che vogliono Washington a corto sia di missili che di intercettori. Il portavoce del dipartimento Sean Parnell ha spiegato che l’obiettivo è garantire “le armi di cui i nostri soldati hanno bisogno” (!) “al ritmo che la minaccia impone,” (!!) pur inquadrando lo sforzo in un piano di modernizzazione avviato prima del conflitto. Le pressioni arrivano con un memo del vicesegretario alla Difesa Steve Feinberg, inviato mercoledì ai vertici delle aziende e ottenuto dal Washington Post: le imprese hanno al massimo 21 giorni per presentare piani in grado di “garantire tempi di consegna molto più rapidi e aggressivi e/o aumentare la produzione per le capacità critiche.” Secondo il dipartimento della Difesa, “i cicli di sviluppo lunghi anni non sono accettabili.” “Dobbiamo accelerare drasticamente i programmi ed espandere la capacità produttiva ora,” scrive Feinberg. (Associated Press / the Washington Post)

Con gli Stati Uniti molto pubblicamente in difficoltà, l’Iran può alzare il tiro: Teheran e Mascate sono sì vicine a un’intesa tecnica sulle rotte per la riapertura dello stretto, e il ministro degli Esteri Araghchi sostiene che la chiusura della trattativa sia “molto vicina.” Ma la riapertura, avverte, dipende unicamente dal rispetto da parte di Washington degli impegni del memorandum di giugno. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale dice espressamente che gli Stati Uniti devono “correggere il proprio comportamento.” Secondo il segretario dell’organismo, il comandante Mohammad Bagher Zolghadr, gli Stati Uniti non dovranno più minacciare l'Iran, dovranno porre fine "in modo permanente" alla guerra contro la Repubblica islamica e i suoi alleati, revocare il blocco navale dei porti iraniani, ritirare le forze dall'area, risarcire "integralmente" i danni bellici, cancellare le sanzioni e liberare "senza condizioni" i beni congelati. (Al Jazeera / the Guardian)

Nel frattempo, il conflitto ormai si è definitivamente esteso: gli Houthi hanno annunciato di aver attaccato il giacimento Saudi Aramco a Jazan, lanciando un drone su una raffineria che processa 400 mila barili al giorno, appiccando un incendio, confermato anche dalle autorità saudite — che però garantiscono che sia stato domato senza che ci siano stati morti o feriti. L’ad di Aramco, Amin Nasser, minimizza: gli attacchi avrebbero causato “qualche interruzione” della produzione, ma non ci sarebbe stato nessun “impatto operativo o finanziario significativo.” L’attacco, due giorni dopo il patto di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, è dimostrazione di quanto in fretta le dinamiche stiano cambiando nella regione, con equilibri da cui gli Stati Uniti sembrano ormai destinati ad essere esclusi. (Reuters)