È iniziata la caccia alle streghe al Pentagono
È in corso un’indagine senza precedenti per trovare chi ha detto alla stampa che gli Stati Uniti non hanno piú armi. Tra le altre notizie: una nuova offensiva su larga scala degli Houthi, le autocelebrazioni del governo Meloni, e la nuova mappa del mondo non piace agli Stati Uniti
Il Pentagono ha sottoposto al poligrafo circa 50 funzionari e dipendenti civili del Joint Chiefs of Staff, nel tentativo di scoprire chi abbia parlato con i giornalisti delle scorte di munizioni prosciugate dalla fallimentare guerra contro l’Iran. Secondo il New York Times i test sarebbero stati effettuati nelle scorse settimane, e riguardavano in generale la diffusione di retroscena, ma nello specifico la carenza di missili a lungo raggio e di intercettori Patriot — una crisi ovviamente particolarmente delicata per gli Stati Uniti. Il Joint Chiefs of Staff conta diverse centinaia di persone — tra le 1.500 e le 2.000 — e coordina sia piani di guerra che politiche militari in senso lato. A livello di gerarchia, si tratta di un’indagine che non ha precedenti nella storia dell’esercito statunitense. Il quotidiano di New York sottolinea che l’obiettivo non è ovviamente solo scovare chi avesse passato le informazioni, ma anche intimidire chiunque potesse farsi tentare di fare lo stesso in futuro. Negli scorsi mesi Trump aveva definito espressamente come “traditori” i media che pubblicavano le notizie sulle carenze di armamenti, e aveva appunto ordinato di individuare i responsabili della fuga di notizie. Il Times parla di un’atmosfera di “profonda sfiducia e paranoia” al Pentagono, alimentata dal segretario Hegseth, che si è circondato da una cerchia strettissima di fedeli indefessi. Dall’inizio del mandato Hegseth ha allontanato o rimandato la promozione di almeno 80 persone, tra generali, ammiragli e altri funzionari. (the New York Times)
La repressione delle fughe di notizie non serve a nascondere quello che è ormai sotto gli occhi di tutti, e che emerge anche dalle valutazioni della stessa intelligence statunitense: dopo 6 mesi di guerra, l’Iran sembra più sicuro delle proprie capacità militari, e più consapevole dei limiti degli Stati Uniti. Sempre secondo rapporti descritti dal Times, Teheran ora ritiene di poter continuare il conflitto ancora per mesi, e starebbe valutando di accelerare, con una escalation di dimensioni rilevanti. L’esercito iraniano ha ancora riserve importanti di missili e droni, e ora ha potuto vedere quanto possa effettivamente colpire gli obiettivi regionali. La politica iraniana, nel frattempo, ha visto nella pratica quanto il controllo dello stretto di Hormuz possa trasformarsi in una importante leva economica. (the New York Times)
La stessa lettura circola nelle diplomazie arabe, come riferisce a POLITICO un diplomatico sentito in anonimato. Molti temono che a questo punto l’Iran voglia prolungare lo status di “escalation e rappresaglie controllate,” almeno fino alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, così da costringere Trump a scegliere tra un ritorno alla diplomazia e il sempre più pesante costo politico della guerra per il proprio partito. Un’altra fonte riporta che Teheran potrebbe aumentare l’intensità degli attacchi: nei giorni scorsi l’esercito iraniano ha annunciato di aver colpito obiettivo statunitensi in Bahrain, Giordania, Iraq e Kuwait. (POLITICO)
Nel frattempo, i diplomatici dell’amministrazione Trump II sognano il dopoguerra: secondo un retroscena di Axios Trump ha tenuto due riunioni con i propri principali consiglieri, per lavorare a “qualcosa di molto più grande” per la regione. Si vorrebbe creare un nuovo schieramento di alleati statunitensi per contenere l’Iran, con Washington che dovrebbe essere garante della loro sicurezza, ed espandere gli Accordi di Abramo con la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita — un passaggio che però non arriva senza chiudere i molti fronti aperti da Tel Aviv negli ultimi anni: il genocidio del popolo palestinese, l’invasione del Libano e gli attacchi contro la Siria. Una fonte di Axios precisa che il piano “non è ancora cotto”: ovviamente si può andare avanti fino a un certo punto con questa trattativa, senza sapere come e quando finirà la guerra. (Axios)