L’ex politica industriale italiana

È finita: la Cassazione di Milano ha confermato la chiusura dell’area a caldo dell’ex–Ilva di Taranto — ma la politica industriale italiana è in crisi da tempo. Tra le altre notizie: gli Houthi tornano all’attacco, lo sciopero generale di USB, e il piú grande furto di Bitcoin della storia

L’ex politica industriale italiana
foto CC BY-SA 2.0 mafe de baggis

Ieri è stata una data storica e funesta per l’industria italiana: la Cassazione di Milano ha confermato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento stabilimento ex-Ilva di Taranto, la più grande acciaieria dell’Europa occidentale. Le autorità giudiziarie hanno preso atto dell’inquinamento prodotto dalla fabbrica e della presenza di amianto negli impianti, mai completamente bonificati — effetti diretti della lunga e colpevole incapacità della politica italiana di convertirla a una produzione ambientalmente sostenibile in tempi adeguati. Ora ci saranno almeno 6 mila esuberi, in una delle zone con meno offerta occupazionale d’Italia, oltre a un numero imprecisato di lavoratori dell’indotto che vedranno svanire il proprio lavoro. Il governo, in un incontro con i sindacati di due giorni fa, ha comunque sostenuto che non vuole la cancellazione completa del sito, convertendo la produzione a ferro preridotto attraverso nuovi altoforni elettrici — questa conversione, però, comporterà comunque questi 6 mila esuberi, con una riduzione a mille dipendenti una volta completata questa fantomatica “decarbonizzazione.” Fino a febbraio, gli impianti di laminazione ex Ilva di Taranto e Genova lavoreranno a singhiozzo, mentre tutte le fabbriche staranno chiuse dal 19 dicembre al 10 gennaio. (il Fatto Quotidiano, dietro paywall)

Il governo ha pubblicato una nota nel solito stile meloniano, in cui fa il passivo-aggressivo con la magistratura e non parla sostanzialmente di nulla: l’esecutivo “non può che prendere atto della pronuncia della Cassazione su ex Ilva, che disattende le motivate conclusioni della Procura generale della stessa Cassazione. Lo stesso governo non si sottrarrà all’esercizio delle proprie responsabilità, come ha fatto finora, come confermato dal decreto-legge entrato in vigore qualche giorno fa e come ribadito nell'incontro con i sindacati svolto a Palazzo Chigi martedì scorso. È evidente che questa sentenza, il cui contenuto va approfondito, complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli” — dichiarazioni patetiche se si pensa che i partiti al governo sono a Palazzo Chigi ormai da 4 anni, con Lega e FI che lo sono da molto di più. Statalizzare del tutto la fabbrica sembra l’unica soluzione per non mandare disperso questo capitale industriale, ma il governo vuole comunque provare a venderla a privati. Come fa notare il Corriere della Sera, “chi porterà avanti questo processo di decarbonizzazione di un gruppo che  ha chiuso il primo semestre del 2026 con perdite per 551 milioni e 502 mila euro (pari a più di 3 milioni al giorno) e debiti verso i fornitori che hanno raggiunto quota un miliardo e 749 milioni e un livello di indebitamento complessivo di 8 miliardi e 480 milioni?” Tra gli interessati ci sono gli indiani di Jindal e una cordata di acciaieri italiani guidati da Federacciai. Certo, i precedenti non fanno ben sperare: come quello di Piombino, dove la conversione di un’acciaieria ex-Ilva si sta allontanando sempre più, dopo esser stata sventolata come dietro l’angolo per anni. (Governo italiano / Corriere della Sera Milano / T24 economia)

La vicenda desolante della siderurgia italiana non è colpa solo del governo Meloni, ma questo esecutivo ci ha sicuramente messo del suo. Anzi, si può dire che il governo non ha fatto proprio nulla di sostanziale per cercare di risolvere la crisi generale negli ultimi quattro anni — o comunque per impostare un futuro per il settore dell’industria pesante, e non solo, italiana. Fa notare Filippo Belloc sul manifesto che “nelle stesse ore in cui la Corte di Cassazione conferma lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, il governo vara una manovra che il problema industriale del paese non lo vede nemmeno. Non è una coincidenza, è l’assenza di direzione.” A livello concreto, per quanto riguarda Taranto, il governo “ha firmato con i sindacati un verbale di sole intenzioni: forni elettrici e ingresso pubblico da ‘valutare,’ nessun cronoprogramma, esodi rinviati alla disponibilità di risorse. Nella manovra, però, non c’è nulla. La Fiom chiede ora uno sforzo straordinario per decarbonizzare e un vero piano industriale: proprio ciò che il governo non ha mai voluto mettere sul tavolo.” In generale, sostiene Belloc, “solo tenendo insieme progressività fiscale, politica industriale, ambiente, e creazione di valore si reggono le sfide dei prossimi decenni. A Taranto lo si è visto prima che altrove: l’Ilva non l’hanno chiusa i giudici, ma anni di politica industriale vuota. Il governo Meloni è stato inadeguato e chiude inadeguato, con una manovra così mediocre da non riuscire nemmeno a essere una classica manovra elettorale.” (il manifesto, dietro paywall)

Le considerazioni strategiche e occupazionali, comunque, non possono far perdere di vista quanto era inquinante l’ex Ilva: basti pensare che il 93% di tutta la diossina prodotta annualmente in Italia proveniva dall’impianto tarantino. La popolazione di Taranto è soggetta a un eccesso di mortalità per tumore al polmone superiore del 30% al resto della popolazione italiana, con percentuali che aumentano ancora nei quartieri più vicini all’acciaieria — c’è una lunga letteratura a riguardo, che negli scorsi anni le varie gestioni della fabbrica hanno anche provato a screditare in varie occasioni, e il cui disinteresse verso qualsivoglia considerazione di miglioramento ecologico ha portato la fabbrica dov’è oggi. Continua, ad esempio, il processo all’ex ad Morselli, che è indagata — oltre che per aver lavorato contro gli interessi della fabbrica in favore dei suoi vecchi capi, Jindal — per aver anche falsificato dati con lo scopo “di commettere una serie di reati contro l'ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione finalizzati a massimizzare i profitti e ridurre al minimo indispensabile i costi e le spese derivanti dalla gestione dello stabilimento siderurgico ex lIva di Taranto,” secondo la Gazzetta del Mezzogiorno.” Secondo la segretaria del Pd, Elly Schlein, “la salute non è negoziabile: dopo 4 anni in cui questo governo non ha fatto nulla e non ha messo un euro per trovare delle soluzioni per i tarantini, per i lavoratori dell'ex Ilva e dell'indotto adesso servono risposte e prospettive chiare nel rispetto di quella sentenza, nel rispetto della salute dei tarantini, nel rispetto della dignità di quei lavoratori e di quelle lavoratrici che meritano risposte certe.” (Epidemiologia / la Gazzetta del Mezzogiorno / il manifesto / 9colonne)