Il voto in Israele non è sul genocidio (che continua)

Gli elettori in Israele scelgono come il genocidio continuerà; non se. Tra le altre notizie: arriva la riforma di Frontex, per facilitare le deportazioni; i preparativi per lo sciopero del 30 ottobre; e Anthropic si prepara alla quotazione in borsa

Il voto in Israele non è sul genocidio (che continua)
Grafica elettorale del Likud, che ritrae Gadi Eizenkot e i suoi collaboratori insieme a due leader politici di liste arabe, Ahmad Tibi e Mansour Abbas. Foto CC BY-SA 4.0 Hanay

Israele vota oggi nelle prime elezioni dal 7 ottobre 2023 e dal genocidio a Gaza. È un voto che i media descrivono come il più importante della storia del paese: Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e sotto processo in patria per corruzione, si gioca la propria sopravvivenza politica dopo aver guidato il governo di coalizione più a destra della storia del paese. La verità è che non ci sono alternative: il blocco che si presenta come alternativa d’opposizione è un cartello sionista che ha sostanzialmente abbracciato l’impostazione delle politiche del governo uscente. La campagna elettorale si è giocata soprattutto sulle responsabilità per i fallimenti di sicurezza, sulla leva per gli ultraortodossi e sul tentativo di escludere i partiti arabi — Gaza è completamente fuori dal dibattito politico. “Il trattamento dei palestinesi dallo stato e dall’esercito israeliano è oggetto di consenso tra tutti i partiti sionisti,” commenta Daniel Levy, un ex consigliere del governo. Le differenze riguardano principalmente “se è il lavoro dello stato opprimere i palestinesi, oppure se anche le milizie dei coloni possono giocare un ruolo.” Che il sistema non offra alternative reali lo dice la composizione stessa delle candidature: nessun candidato mainstream ha contemplato l’ingresso dei partiti arabi in una futura coalizione — partiti che rappresentano un quinto della popolazione del paese. “L’intero sistema politico israeliano opera all’interno della cornice razzista della supremazia ebraica,” spiega il sociologo israeliano Yehouda Shenhav-Shahrabani. “Nessuno dei leader che si presentano come alternativa a Netanyahu può essere descritto genuinamente come di sinistra. La realtà, agghiacchiante, a cui stiamo assistendo non è semplicemente il prodotto di Netanyahu o dell’estrema destra: affonda le proprie radici nel pensiero politico sionista stesso.” (Al Jazeera)

I sondaggi più favorevoli all’opposizione vedono il blocco anti–Netanyahu fermarsi tra i 50 e i 55 seggi, su 120, a una decina di voti dalla maggioranza: una differenza che potrebbero coprire solo i partiti arabi — la Lista comune è data tra i 7 e i 9 seggi, e Ra’am tra 5 e 6, con i quali però quasi tutti i leader del blocco hanno giurato di non allearsi mai. “Il razzismo non è solo un deficit morale: è anche un pessimo calcolo politico,” scrive Ben Reiff su +972 Magazine. Il capo dell’opposizione, Gadi Eisenkot, è l’ideatore della “dottrina Dahiyeh” — la distruzione sistematica di infrastrutture civili messa a punto in Libano e poi applicata a Gaza. Ha giurato che sotto il suo governo non nascerà mai uno stato palestinese, e ha detto che Ben–Gvir “ha probabilmente fatto cose buone nelle carceri” — dal 7 ottobre sono morti più di 100 prigionieri palestinesi. Naftali Bennett vuole annettere l’Area C, Avigdor Liberman ha dichiarato che “a Gaza non ci sono innocenti,” e il leader più “a sinistra” — se vogliamo dire così — del blocco, Yair Golan, proponeva di affamare l’intera popolazione della Striscia fino alla liberazione degli ostaggi. (+972 Magazine)

Israele ha continuato a commettere un genocidio a Gaza anche dopo il cessate il fuoco forzato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre: lo stabilisce un nuovo rapporto della Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati, che ha esaminato le violazioni contro i bambini palestinesi dal 7 ottobre 2023 al settembre di quest’anno. Le autorità israeliane, si legge, hanno continuato a compiere “atti genocidi,” con “intento genocida”: “per distruggere, completamente o in parte, i palestinesi a Gaza.” Come è noto, durante il cessate il fuoco le IDF hanno continuato a usare munizioni pesanti, droni, artiglieria e cecchini in aree densamente popolate, mentre la “Linea gialla,” che doveva essere una demarcazione solo temporanea, continua ad avanzare dentro l’enclave. La missione israeliana a Ginevra ha liquidato il rapporto come parte di una “campagna di disinformazione,” il cui obiettivo sarebbe addirittura “il tentativo di distruggere lo stato ebraico.” Il rapporto documenta anche il deterioramento in Cisgiordania: i palestinesi uccisi in raid aerei sono passati da 6 tra il 2008 e l’ottobre 2023 a 254 nei tre anni successivi. Le operazioni militari in Cisgiordania dal gennaio 2025 hanno prodotto lo sfollamento più grave dal 1967. (OHCHR / Reuters)