I guadagni “osceni” di chi lucra sul blocco allo stretto di Hormuz

Le grandi aziende del petrolio hanno annunciato profitti altissimi lo scorso trimestre, mentre tutta Europa protesta per il carovita. Tra le altre notizie: la mobilitazione delle donne beduine alle urne, il successo dello sciopero generale di USB, e una crisi nella comunità VTuber di estrema destra

I guadagni “osceni” di chi lucra sul blocco allo stretto di Hormuz
foto: dominio pubblico Dirtyharry667

Mentre in Italia si protestava per il carovita — ne parliamo sotto — e in Francia fremevano i preparativi per “l’atto III” delle proteste studentesche, c’è chi da questa crisi esce sempre più ricco. Greenpeace denuncia che le grandi aziende del petrolio — BP, Shell, TotalEnergies, ExxonMobil, Chevron, Eni ed Equinor — hanno segnato, nello scorso trimestre, 63 miliardi di dollari in profitti combinati: 38 miliardi in più rispetto a un anno fa, con una crescita del 140%. Nei primi 9 mesi del 2029 in totale i profitti hanno raggiunto 150 miliardi. 8 mesi dopo l’inizio della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il mercato del greggio dovrebbe essersi, in linea teorica, stabilizzato: i flussi sono tornati quasi a livelli pre-bellici — le esportazioni dal Golfo hanno toccato 24,6 milioni di barili al giorno a metà ottobre, sopra la media pre-guerra, grazie a trasferimenti nave-nave al largo dell’Oman e alle pipeline saudite ed emiratine che aggirano Hormuz — eppure i prezzi continuano a salire. Venerdì il Brent ha sfiorato i 118 dollari, il massimo da aprile, in rialzo di oltre il 60% rispetto a prima della guerra, chiudendo il quarto mese consecutivo di guadagni stellari. (Greenpeace / Al Jazeera)

Ma perché i prezzi continuano ad aumentare? Perché tutte le soluzioni a cui si ricorre per aumentare l’export di petrolio sono molto complesse quando non anche molto pericolose: consegnare un barile non è mai stato così caro, e continua a esserci una scarsità sistemica di petrolio, dopo mesi di erosione delle scorte. Ottobre è stato il mese più letale per la navigazione commerciale dall’inizio del conflitto, con 32 incidenti registrati, e ancora venerdì i Guardiani della rivoluzione hanno rivendicato 4 petroliere in fiamme nello stretto, una colpita dalla prima mina magnetica esplosa dall’inizio della guerra. (ChannelNewsAsia / Reuters)

I soldi veri, però, si fanno non col greggio, ma nelle raffinerie: con il 10% della capacità di raffinazione globale fuori uso tra Russia e Sud–ovest Asiatico, i margini sono esplosi: Shell ha incassato circa 42 dollari per barile raffinato — il record precedente, durante la guerra russo-ucraina, era 28 — BP quasi 47. Se volete stare particolarmente male, questi sono i numeri nel dettaglio: BP ha chiuso a 8,46 miliardi di dollari di utile, quasi il quadruplo di un anno fa e il massimo da 18 anni — un risultato che l’ad Meg O’Neill ha definito “un trimestre stellare,” e che Global Witness ha bollato come “osceno.” Shell ha più che raddoppiato i profitti, a 10,8 miliardi, e ha alzato a 5 miliardi a trimestre i riacquisti di azioni proprie, cioè i soldi restituiti agli azionisti. TotalEnergies è salita del 51% sul trimestre precedente, a 9,1 miliardi, con la divisione raffinazione al massimo storico. Negli Stati Uniti, ExxonMobil ha incassato 15,4 miliardi — il doppio — e Chevron 9,9 — quasi il triplo! — con le raffinerie statunitensi Exxon che hanno lavorato al 98% della capacità.⁠ (the Guardian / Shell / TotalEnergies / ExxonMobil)

Qualcuno i soldi li spende: da febbraio i cittadini statunitensi hanno pagato 148 miliardi di dollari in più tra benzina e diesel. In Europa l’energia corre al +18,8% annuo e ha trascinato l'inflazione dell'eurozona al 3,8%. Qualcuno i soldi li fa: secondo Greenpeace UK, gli amministratori delegati di Shell, TotalEnergies, Harbour Energy ed Equinor hanno visto le proprie azioni apprezzarsi di 19 milioni di sterline in 8 mesi di guerra — con Wael Sawan di Shell che ha venduto titoli per 1,3 milioni il giorno prima che Trump annunciasse un possibile accordo di pace, e Patrick Pouyanné che ne ha incassati 3,1.⁠ Di fronte a quella che Greenpeace chiama “fossilflation,” diversi gruppi chiedono non misure temporanee, ma tasse permanenti globali sugli extraprofitti da guerra: basta sapere che Saxo Bank avverte che anche a guerra finita il greggio resterà tra i 70 e i 90 dollari, e non più tra i 60 e i 70 di prima dell’aggressione statunitense e israeliana. (Iran War Energy Cost Tracker / Commissione europea / Greenpeace UK / Greenpeace / AsiaOne)