32 milioni di nuovi poveri per la guerra di Stati Uniti e Israele
Stanno arrivando le ultimissime forniture di petrolio: tra pochi giorni inizia la crisi vera, e l’ONU anticipa decine di milioni di nuovi poveri. Tra le altre notizie: una testimonianza sulle stragi delle IDF nei siti della GHF; il modello Milano, a Roma; e quanto veloce si espande l’Universo
Le ultime petroliere passate per lo stretto di Hormuz, il 28 febbraio, prima dell’inizio dell’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran, sono in arrivo: raggiungeranno le raffinerie lunedì prossimo, il 20 aprile. Una volta terminata la lavorazione di queste consegne, il petrolio diventerà una risorsa incredibilmente scarsa. In Asia sono già scattate misure di emergenza, e nelle prossime settimane la politica europea e statunitense dovrà confrontarsi con problemi analoghi. Le Filippine hanno dichiarato un’emergenza energetica nazionale dopo il raddoppio dei prezzi locali della benzina; Indonesia e Vietnam hanno invitato a lavorare da casa. Con lo stretto di Hormuz ora effettivamente chiuso due volte, a causa del blocco navale statunitense, molte raffinerie asiatiche hanno iniziato a ordinare greggio da fornitori Atlantici — questo causerà una ulteriore riduzione delle risorse disponibili per l’Europa e gli Stati Uniti, che sono solitamente gli unici clienti di quei fornitori. Il Financial Times descrive segnali di tensione crescente nel mercato fisico: i prezzi spot per consegne immediate sono saliti molto sopra i futures. Il Forties Blend, del mare del Nord, è arrivato vicino a 149 dollari al barile, mentre i futures sul Brent sono intorno ai 100 dollari: il sovrapprezzo viene letto dal quotidiano come un vero e proprio segno di “disperazione” delle raffinerie nel garantirsi forniture. (Financial Times)
Un report dell’UNDP, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, avverte che l’escalation militare in corso nella regione spingerà decine di milioni di persone oltre le condizioni di povertà, in 162 paesi al mondo. L’impatto non è limitato ai paesi direttamente coinvolti nel conflitto, ma si estende a tutti quelli che dipendono dall’energia importata bloccata, e l’UNDP avverte che potrebbero esserci danni di “lungo termine”, soprattutto nei paesi meno ricchi, anche lontani dal conflitto. Le stime valutano diversi scenari, che vanno dalla perturbazione relativamente breve a uno shock prolungato — fino a 8 mesi, ipotizzano gli autori del brief. In questo caso, il peggiore ipotizzato, ci rischia che 32 milioni di persone vengano spinte nella povertà. L’ex Primo ministro del Belgio Alexander De Croo, ora amministratore dell’UNDP riassume in modo efficace: “Le guerre sono lo sviluppo al contrario. Un conflitto può disfare in settimane quello che i paesi hanno impiegato anni a costruire.” “Questa analisi dimostra che lo shock dell’escalation del conflitto in Medio Oriente non si limita ai paesi direttamente colpiti, ma ricade in modo sproporzionato su quelli con minore margine di manovra fiscale per assorbire l’aumento dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari. Per questi paesi, la crisi impone scelte impossibili tra la stabilizzazione dei prezzi oggi e il finanziamento della sanità, dell’istruzione e dell’occupazione domani. Questo è inaccettabile, ed è evitabile.” (UNDP)
Secondo diverse fonti del New Arab quando la delegazione guidata da JD Vance ha lasciato la trattativa a Islamabad per un accordo di pace con l’Iran, il dialogo tra Washington e Teheran era “ancora vivo,” e che in realtà i termini dell’accordo fossero pronti “all’80%,” ma che la parte rimanente non si poteva risolvere immediatamente e sul posto. Nelle ore successive, nonostante le richieste oltranziste, gli Stati Uniti hanno cercato di dimostrare che la trattativa era ancora aperta: Trump ha dichiarato che l’Iran aveva “chiamato” per “trovare un accordo” — affermazione che le agenzie stampa non hanno potuto verificare, ma comunque un segnale da parte di Washington che si vorrebbe tenere un canale aperto. Secondo il docente del Doha Institute Mohamad Elmasry, sia Stati Uniti che Iran vorrebbero “un’uscita dalla guerra,” ma devono trovare un modo per farlo “salvando la faccia.” Elmasry sottolinea che “l’Iran ha più influenza di quanta ne avesse all’inizio della guerra,” “ma non ho dubbi che vorrebbero assicurarsi che le ostilità finiscano.” Per Donald Trump, invece, la guerra è stata “politicamente disastrosa.” (the New Arab / ABC News / Al Jazeera)