Benvenut* nella più grande crisi energetica della Storia
L’ha detto il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’Energia, mentre gli Stati Uniti tornano ad attaccare l’Iran. Tra le altre notizie: sarebbe tutto pronto per un attacco su Cuba, gli studenti contro la nuova legge elettorale, e come sono andate le “Olimpiadi degli steroidi”
È online l’edizione 2026 del rapporto World Energy Investment, emesso annualmente dall’Agenzia internazionale dell’Energia, che inquadra gli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz sugli investimenti energetici globali. Nel comunicato che annuncia la pubblicazione del documento, il direttore esecutivo dell’IEA Fatih Birol lo dice senza giri di parole: “Siamo nel bel mezzo della più grande crisi di sicurezza energetica che il mondo abbia mai affrontato — e credo che questo ridisegnerà le strategie di investimento a livello globale,” con conseguenze pari solo a quelle che il mondo dell’energia ha conosciuto solo “dopo gli shock petroliferi degli anni Settanta.” Nonostante i prezzi del petrolio più alti, gli investimenti nel settore petrolifero scenderanno per il terzo anno consecutivo, sotto i 500 miliardi di dollari, per via dell’incertezza sulla durata dello shock e dei vincoli nelle catene di approvvigionamento. Saliranno invece gli investimenti nel gas naturale, stimati almeno a 330 miliardi, il livello più alto in un decennio. La crisi costringe i paesi che importano energia a guardare alla diversificazione a tutti i costi: ci sono sì 665 miliardi per le rinnovabili, ma anche più di 180 miliardi per il carbone, il livello più alto dal 2012. Alcuni paesi asiatici colpiti dalla crisi, secondo il rapporto, potrebbero mantenere in funzione le centrali a carbone più a lungo del previsto per garantire la sicurezza energetica. L’IEA segnala anche che la domanda di elettricità causata dal boom dell’IA e la conseguente costruzione di data center sta diventando un fattore determinante: negli Stati Uniti gli ordini di nuove centrali a gas hanno raggiunto il livello più alto in 25 anni, e il fabbisogno energetico dei data center è il motore principale. (Agenzia internazionale dell’Energia)
Sembra sempre più improbabile che lo shock energetico possa rientrare in tempi brevi: ieri la tv di stato iraniano aveva diffuso i dettagli di un presunto memorandum d’intesa per riaprire lo stretto di Hormuz e porre fine alla guerra, di cui, secondo le fonti dei giornalisti iraniani, si era vicinissimi alla firma. La bozza doveva prevedere la revoca del blocco navale statunitense sull’Iran in cambio del ripristino del traffico navale a livelli pre-bellici entro 30 giorni, con lo stretto che rimarrebbe però sotto controllo iraniano, in coordinamento con l’Oman. La Casa bianca però ha rapidamente smentito il retroscena, dicendo che “nessuno dovrebbe credere ai media di stato iraniani” — ma senza specificare quali parti dell’accordo filtrato ai media di Teheran non fosse corretto. Parlando con i giornalisti, Trump ha respinto in modo categorico che l’Iran possa gestire lo stretto, e ha minacciato di bombardare l’Oman se decide di collaborare con l’Iran. CNN sta tenendo traccia di tutti i paesi che Trump ha minacciato di bombardare o attaccare durante la propria carriera politica, ed è arrivato a una statistica rilevante: il 9% della popolazione globale, e il 7,6% dei paesi del mondo, sono stati minacciati direttamente dal presidente degli Stati Uniti. (Al Jazeera / the Guardian / CNN)
Poche ore dopo, l’esercito statunitense è tornato ad attaccare l’Iran: è stata colpito un obiettivo nella città portuale di Bandar Abbas, nei pressi dello stretto, identificato come una stazione di controllo droni. Un funzionario americano, parlando in condizione di anonimato, ha dichiarato a Reuters che “queste azioni sono state misurate, puramente difensive e volte a mantenere il cessate il fuoco.” I Guardiani della rivoluzione hanno risposto colpendo la base aerea statunitense da cui era partito l’attacco, senza indicarne la posizione — ma il Kuwait, che ospita una grande base statunitense, ha dichiarato di star rispondendo ad attacchi missilistici e di droni, senza specificarne l’origine. Anche Israele ha fatto suonare le sirene per attività aerea ostile nel nord del paese. I prezzi del petrolio, scesi del 5% mercoledì, mentre scriviamo segnano di nuovo +2,5%. (Reuters / Trading Economics)