Non fare preferenze

Il governo è andato sotto dopo aver cercato di forzare la mano ai propri parlamentari sulle preferenze. Tra le altre notizie: l’Iran minaccia di chiudere Bab el-Mandeb, Autostrade finalmente chiede scusa per il crollo del ponte Morandi, e le emoji che arriveranno sui vostri telefoni l’anno prossimo

Non fare preferenze
foto CC-BY-NC-SA 3.0 IT Governo italiano

Il governo è stato messo in minoranza alla Camera in un voto sulla legge elettorale. Era un’occasione molto importante: riguardava un emendamento voluto da FdI e partiti minori sull’introduzione delle preferenze, anche se in modo molto limitato: erano previsti i capilista bloccati e la possibilità di scegliere il proprio parlamentare in base a un meccanismo che avrebbe reso possibile eleggere tramite il sistema delle preferenze solo alcuni parlamentari dei partiti più grandi, praticamente solo da FdI e Pd — tutto ciò però è stato già abbastanza da non essere gradito a FI e Lega. Il governo è andato sotto per 187 voti a 188: le opposizioni hanno chiesto immediatamente le dimissioni di Meloni e all’interno della maggioranza è partita la caccia al traditore, visto che almeno 40 parlamentari di destra hanno votato contro l’indicazione del governo. Ovviamente tutti si rimpallano la responsabilità: meloniani, leghisti, forzisti e vannacciani — questi ultimi ora rischiano un procedimento per essersi filmati durante il voto segreto: un’azione proibita, visto che, come dire, il voto segreto deve essere tale. (il Post / Fanpage)

Perché questi 40 parlamentari hanno votato contro? I motivi immediati sono diversi. Tanto per cominciare molti parlamentari di seconda fila, anche nei grandi partiti, avrebbero avuto grosse difficoltà a farsi eleggere con le preferenze. In secondo luogo, questo sistema avrebbe penalizzato l’elezione di donne in Parlamento: ieri Schlein ha detto che “pur di difendere il suo potere, Giorgia Meloni era pronta a sacrificare le altre donne, con un emendamento che cancellava completamente la parità di genere.” E poi, con il voto segreto, possono emergere mille motivi di risentimento anche personale. Meloni ha preso piuttosto male la sconfitta, reagendo in modo goffo e frustrato: in un post ha detto che “ha vinto la palude” e ha accusato la minoranza di non volere le preferenze, anche se ora “serve una riflessione” sull’implosione della maggioranza. (il Fatto Quotidiano / Open)

E in effetti, anche se il governo non sembra avere intenzione di dimettersi, qualche riflessione va fatta: tanto per cominciare viene smontato il mito che a prescindere la destra sia unitaria e il centrosinistra diviso. Sempre Schlein ha fatto notare che “la vera notizia di ieri è che è crollata tutta la narrazione di questo governo che si basava sull’idea di una maggioranza solida e compatta e di divisioni presunte fra le opposizioni. Ieri la fotografia chiara al Paese è stata il contrario, una maggioranza divisa, è bastata la prima prova di un voto segreto, mentre tutte le opposizioni hanno agito unitariamente.” Il dato politico è che nel corso almeno dell’ultimo anno Meloni ha sempre perso quando ha provato a forzare la mano al paese o alla propria maggioranza, come nel caso del referendum. Visto che la posta in gioco nei prossimi anni è anche l’elezione del presidente della Repubblica, che è notoriamente un campo minato di voto segreto, piccole vendette personali e naufragi di grandi leader, la presidente del Consiglio dovrà imparare a trattare con più costruttività almeno la propria compagine parlamentare se vuole avere qualche chance di successo. Stefano Iannaccone su Domani fa notare che “con la nuova legge elettorale Meloni intendeva mettere il dito nella piaga del campo largo, costringendolo a scegliere un leader unico prima delle elezioni. Inoltre, la struttura dei collegi potrebbe aiutare il centrosinistra: sondaggi alla mano, nel Mezzogiorno potrebbe ottenere quasi un filotto.” Di per sé, la nuova legge elettorale sarebbe stata “una riforma orrenda.” Nel testo bocciato ieri infatti “cancella i collegi uninominali, assegna un premio abnorme alla coalizione che arriva al 42 per cento e, come sfregio alla Costituzione e ai poteri del presidente della Repubblica, prevede l’indicazione del candidato premier direttamente nella scheda.”  (Lettera 43 / Domani, dietro paywall)