Le ultime 48 ore

A poche ore dalla fine del cessate il fuoco, non si sa ancora niente della nuova trattativa tra Washington e Teheran. Tra le altre notizie: gli occhiali dell’ICE per individuare le persone senza documenti, Mattarella contro i pagamenti agli avvocati per deportazione, e chi è il nuovo ad di Apple

Le ultime 48 ore
foto via X, CENTCOM

Anche se gli Stati Uniti non hanno mai specificato con precisione quando il cessate il fuoco con l’Iran dovrebbe finire, sappiamo che siamo nelle ultimissime ore: secondo fonti pakistane di Reuters la scadenza sarebbe alle due di notte italiana di giovedì. Gli Stati Uniti si dicono fiduciosi che i colloqui di pace con l’Iran si terranno, ma al momento non è nemmeno certa la partecipazione di funzionari iraniani, anche se una fonte di Reuters dice che il paese sta “esaminando positivamente” la situazione. Non è un segreto che Trump punti a un accordo per evitare ulteriori shock al mercato, ma è altrettanto chiaro che l’amministrazione non voglia uscire con un accordo che sia evidentemente una sconfitta per gli Stati Uniti. Ancora prima di un accordo sullo stretto di Hormuz in questo momento è necessario sciogliere il caso della nave Touska: il ministro degli Esteri iraniano ha chiesto il rilascio immediato dell’imbarcazione di cui i militari statunitensi hanno preso il controllo, e la liberazione dell’equipaggio. Il presidente del Parlamento iraniano, diventato una delle voci più importanti nella trattativa, ha commentato in modo secco: “Trump, imponendo un assedio e violando il cessate il fuoco, cerca di trasformare il tavolo negoziale — nella sua immaginazione — in un tavolo di resa, o forse per giustificare il ritorno alla guerra.” “Non accettiamo negoziati all’ombra delle minacce e,  nelle ultime due settimane, ci siamo preparati a giocare nuove carte sul campo di battaglia.” (Reuters / X)

Alla trattativa si arriva sotto pressioni incrociate: ovviamente i funzionari iraniani temono il ritorno ai bombardamenti statunitensi e israeliani, ma allo stesso tempo per i funzionari statunitensi la posta in gioco è altissima: il carburante per aerei sta finendo, con massimali già superiori a quelli a cui si era arrivati dopo l’invasione dell’Ucraina. Questa mattina POLITICO titola che il conflitto con l’Iran sta “accelerando il divorzio” tra gli Stati Uniti e il resto del mondo: i paesi asiatici, più esposti alla volatilità dei prezzi energetici hanno promesso di accelerare le installazioni di energie rinnovabili, e anche l’Europa si sta confrontando con la necessità di ampliare i programmi di efficienza energetica e di produzione da fonti rinnovabili. I paesi che vogliono limitare gli shock dei combustibili fossili guardano sempre più ad alternative come batterie, solare e veicoli elettrici — e molti inevitabilmente si rivolgeranno alla Cina, che controlla la stragrande maggioranza della filiera del solare, produce auto elettriche a prezzi molto più bassi, e controlla gran parte dei materiali per energia pulita e batteria. Questa erosione dei rapporti avviene anche a livello militare: le precedenti amministrazioni statunitensi erano riuscite a mobilitare un supporto di alleati — anche se magari controvoglia — mentre invece Trump si è trovato in Iran completamente da solo. (CNN / POLITICO)

Nel frattempo, l’Iran ha concesso ai propri comandanti una maggiore autonomia sulle milizie in Iraq, consentendo ad alcuni gruppi di condurre operazioni senza l’approvazione di Teheran. È uno spostamento di baricentro imposto dalle pressioni della guerra, che ha però anche messo a nudo la fragilità delle istituzioni statali irachene e la loro limitata capacità di frenare questi gruppi. Questo spostamento, spiegano le fonti di Associated Press, riflette le lezioni tratte dalla guerra di 12 giorni del giugno 2025: allora le operazioni erano rigidamente centralizzate; dopo, in campo, è stata concessa maggiore autonomia. (Associated Press)

Tom Fletcher, il sottosegretario generale agli Affari umanitari dell’ONU, si è sfogato parlando del costo esorbitante sostenuto dagli Stati Uniti in guerra: i due miliardi di dollari alla settimana che Washington ha speso avrebbero potuto, in sole due settimane, salvare più di 87 milioni di vite in tutto il mondo. Fletcher in questo momento sta gestendo una crisi di finanziamento degli aiuti umanitari che ha definito come “cataclismica,” pari a un taglio del 50% del suo budget, innescata non solo dagli Stati Uniti ma da una stretta internazionale sugli aiuti allo sviluppo — causata principalmente dalla stretta dei governi alla ricerca di nuovi fondi per la Difesa. (the Guardian)