Carta bianca a Israele
Il Regno Unito chiude l’unità dell’Ufficio degli Esteri che sorvegliava i crimini di guerra israeliani. Tra le altre notizie: Trump si prepara alla propria forever war, lo spionaggio statunitense al Vaticano, e gli azionisti di Warner Bros. approvano l’acquisizione di Paramount
Con l’attenzione internazionale spostata sul conflitto in Iran — e su come una soluzione diplomatica all’aggressione statunitense e israeliana sembri essere sempre più lontana — la politica di Tel Aviv e i suoi alleati all’estero sono al lavoro per accelerare la normalizzazione del genocidio e dello stato d’apartheid. Il Guardian rivela che l’Ufficio degli Esteri del governo britannico ha chiuso l’unità incaricata di monitorare le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, nel contesto di tagli al dipartimento. La decisione di chiudere l’unità è stata presa in base a una revisione condotta da Olly Robbins, un funzionario dell’Ufficio degli Esteri che è stato fatto dimettere la settimana scorsa nel contesto dello scandalo sull’associazione tra il diplomatico e lobbista Peter Mandelson ed Epstein. Termina anche il finanziamento al progetto di monitoraggio degli incidenti tra Israele, Palestina e Libano: significa che l’Ufficio degli Esteri britannico perderà l’accesso a un database di più di 26 mila episodi di violenza verificati, che veniva utilizzato, tra le altre cose, per valutare se mantenere sospese le licenze di esportazione di armi verso Israele. (the Guardian)
In Israele, il ministro delle Finanze israeliano Smotrich ha dichiarato al Jerusalem Post che Israele ha bisogno di “confini più ampi e meglio difendibili” a Gaza, in Libano, e in Siria, descrivendo i palestinesi come quello che ha definito come un “asse iraniano del male.” Smotrich da sempre promuove l’ideologia di Grande Israele, e da qualche settimana ne parla in modo esplicito. Secondo il ministro i confini del 1967 sarebbero “indifendibili,” perché non terrebbero conto di considerazioni di sicurezza (sic) e i coloni sarebbero “tra le persone meno violente.” La notizia più rilevante è che durante l’intervista il ministro ha dichiarato che l’espansione coloniale in Cisgiordania avrebbe il “pieno sostegno dell’attuale amministrazione statunitense,” oltre che, ovviamente, da parte del governo israeliano stesso. (the Jerusalem Post)
Nel frattempo, nel corso di una riunione coi vertici della sicurezza, il ministro della Difesa israeliano Katz ha dichiarato che il paese è pronto a riprendere i combattimenti contro l’Iran: Tel Aviv sta attendendo “un via libera dagli Stati Uniti” per “completare l’eliminazione della dinastia Khamenei,” e per “riportare l’Iran all’età delle tenebre e della pietra facendo saltare in aria i principali impianti energetici ed elettrici e frantumando le infrastrutture economiche nazionali.” Katz minaccia che le IDF abbiano preparato una serie di attacchi che porteranno a “colpi devastanti nei punti più dolorosi.” (the Times of Israel)
La chiusura dell’unità nel Regno Unito — oltre all’atteggiamento laissez-faire statunitense, da sempre la norma — arrivano pochi giorni dopo la decisione europea di non sospendere l’Accordo di associazione con Israele, una decisione presa ignorando un milione di firme raccolte tra i cittadini UE. Tutto questo, mentre il costo di sostenere le politiche israeliane rischia di farsi semplicemente insostenibile, anche ignorando (!) il rendersi complici di crimini di guerra: una nota di JP Morgan sottolinea come il mercato non sia in grado di trovare una soluzione alla chiusura dello stretto di Hormuz che non sia la “distruzione forzata della domanda.” Nonostante gli aumenti, JPM stima che i prezzi in realtà “non siano ancora abbastanza alti da riflettere la carenza” di petrolio, perché anche con un calo artificiale della domanda, semplicemente non ci sarà abbastanza petrolio per il consumo globale. (Euronews / X)