Restate calmi..?

I mercati continuano a scommettere che la chiusura dello stretto di Hormuz rientrerà nel giro di poche settimane. Tra le altre notizie: le pressioni per le dimissioni di Starmer, la IP è stata venduta al gruppo nazionale azero Socar, e come Israele ha cercato di comprare la vittoria all’Eurovision

Restate calmi..?
Foto: CC BY–SA 4.0 Carl Young

Nonostante non si stiano facendo passi avanti nella trattativa per mettere fine alla guerra — anzi — i mercati scommettono ancora che la crisi della chiusura dello stretto di Hormuz rientrerà in tempi brevi. Un’analisi dell’economista capo di Goldman Sachs Jan Hatzius traccia come scenario peggiore quello che lo stretto riapra entro giugno. La premessa dell’analisi è che i mercati globali si stanno “piegando, non rompendo” a causa della crisi energetica, e che i costi aumenteranno ancora, ma poi potranno rientrare col passare dei mesi. Poche ore prima anche JPMorgan si era sbilanciato su una analisi analoga, con lo stretto riaperto entro il primo giugno. Il bilancio del rischio resta sbilanciato verso esiti più sfavorevoli, e resta l’incognita dell’impatto delle IA: le aziende possono tagliare i costi con l’automazione, ma non è ancora chiaro quale sarà il rapporto occupazionale tra crisi e poi ripresa ed effettivo numero di licenziamenti e assunzioni. Anche se dai prezzi che si pagano al benzinaio non si direbbe, in realtà finora si è evitato lo shock energetico grazie a due “cuscinetti” temporanei:  la crescita delle esportazioni petrolifere via mare degli Stati Uniti — di cui Trump si è ancora vantato nelle scorse ore, di almeno 3,8 milioni di barili al giorno — e il taglio delle importazioni petrolifere della Cina, che sta consumando proprie scorte interne senza comprare 5,5 milioni di barili al giorno, per evitare che cresca la pressione sul mercato. Ovviamente, nessuno di questi due ammortizzatori è sostenibile nel lungo periodo: gli Stati Uniti non possono coprire la produzione di petrolio bloccata nello stretto, e eventualmente la Cina dovrà tornare a importare petrolio. 

HFI Research scrive che le recenti dichiarazioni dell’amministrazione Trump II e di numerosi funzionari statunitensi ai media — in particolare ad Axios — hanno effettivamente influenzato la percezione degli attori del mercato energetico, e molti ora sperano che non si arriverà del tutto a una carenza del petrolio sul mercato. HFI Research parla espressamente di wishful thinking da parte di chi pensa che si arriverà a un accordo per la riapertura — anche con pagamenti all’Iran — entro la fine del mese, e arriva alla conclusione che il mercato farà i conti con lo scenario della carenza di petrolio solo quando l’emergenza scoppierà materialmente. La tesi di JPMorgan e Goldman Sachs è semplice: qualsiasi il problema geopolitico che ostacola la chiusura di un accordo per lo stretto di Hormuz, il peso delle scorte di petrolio che si erodono sarà sufficiente per sbloccare la situazione in tempo. (HFI Research)

Nel frattempo, un’inchiesta del Wall Street Journal rivela che il mese scorso gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto attacchi militari contro Teheran: sono l’unico paese che si è unito a Stati Uniti e Israele nella guerra contro il paese. Gli attacchi non sono stati riconosciuti pubblicamente dagli Emirati, ma comprendono anche un’azione contro la raffineria dell’isola di Lavan. All’epoca — siamo a inizio aprile, quando Trump aveva appena annunciato il cessate il fuoco — l’Iran aveva riconosciuto che il sito era stato attaccato, senza però indicare chi fosse stato l’avversario responsabile. I Guardiani della rivoluzione avevano risposto lanciando missili e droni contro Emirati e Kuwait. A marzo, molti media israeliani avevano pubblicato retroscena che gli Emirati avevano colpito un impianto di desalinizzazione in Iran: il Wall Street Journal non collega i due casi, ma è chiaro che il ruolo degli Emirati durante il conflitto attivo in Iran è stato maggiore di quanto riportato finora sui media. (the Wall Street Journal / the Times of Israel)