Netanyahu ha bloccato l’accordo tra Iran e Stati Uniti?
Dopo una telefonata di Netanyahu a Trump, l’accordo tra Iran e Stati Uniti è di nuovo in bilico. Tra le altre notizie: la Bolivia corre verso la legge marziale, gli affari d’oro di Airbnb in Italia, e fare jailbreak dei modelli IA in base alla loro personalità
Nelle scorse ore sembrava che un accordo tra Stati Uniti e Iran fosse a portata di mano — nonostante le grandi difficoltà, e nonostante l’accordo evidenziasse una netta sconfitta politica statunitense, sembrava esserci un’intesa di massima. Sono passate altre 24 ore, e l’accordo non è ancora stato firmato, e anzi sembra essersi un po’ allontanato. Lo stesso Trump domenica ha fatto passi indietro rispetto ai toni quasi trionfalistici del giorno precedente, scrivendo su Truth Social di aver istruito i negoziatori di “non stringere un accordo di corsa,” e ammettendo che il negoziato non fosse ancora completo. Nelle ore precedenti c’era stato un segnale nettamente positivo, ovvero che Rubio si era allineato alla richiesta di Teheran di procedere in modo graduale all’accordo per mettere fine alla guerra. Parlando durante una visita a Nuova Delhi, il segretario di Stato statunitense aveva commentato semplicemente che “non si può fare un accordo nucleare in 72 ore sul retro di un tovagliolo,” effettivamente incassando la richiesta di Teheran e derubricando la richiesta massimalista con cui Washington aveva bloccato la trattativa prima degli sviluppi di questi giorni. Insomma: sembrava che l’amministrazione Trump II fosse pronta a bere l’amaro calice: mettere fine a una guerra con un accordo che, nella migliore delle ipotesi, ripristinava la situazione precedente agli attacchi lanciati insieme a Israele a fine febbraio. (the New York Times)
I mercati danno l’accordo come cosa fatta, tant’è che il petrolio sta scendendo in modo marcato. Ma cosa è successo nelle scorse ore? Secondo l’analista iraniano Hassan Ahmadian Trump avrebbe rimesso in discussione due punti dell’accordo che entrambe le parti avevano indicato ai mediatori come già chiusi: la clausola di cessate il fuoco estesa al Libano e lo sblocco di parte dei fondi iraniani congelati. Il cambio di rotta sarebbe avvenuto dopo la telefonata tra Trump e Netanyahu — lo ha scritto anche esplicitamente il Primo ministro israeliano: indicando che Israele non intende smuoversi sulla rimozione del materiale nucleare dal territorio iraniano, e che il paese vuole vedere riaffermato il proprio “diritto di difendersi” su ogni fronte, incluso il Libano. Se a livello pubblico Tel Aviv e Washington non hanno presentato la cosa come una spaccatura, è difficile non leggere il lungo silenzio di domenica come segnale di un cambio di posizione dell’ultimo minuto da parte degli Stati Uniti, su pressione del governo israeliano. (Trading Economics / Middle East Eye / X)
Va specificato che Netanyahu può vantare molti alleati negli Stati Uniti a favore del proseguire l’aggressione contro l’Iran: i repubblicani che nelle scorse settimane hanno difeso in modo più netto l’intervento militare dell’amministrazione Trump II — e che negli anni avevano fatto del lanciare questa guerra uno degli obiettivi più ambiziosi — hanno rotto le linee di partito per criticare l’accordo. Ted Cruz, riconoscendo che per gli Stati Uniti si tratta di una sconfitta, ha definito l’accordo a cui stava lavorando l’amministrazione Trump II come “un errore disastroso,” perché l’Iran “riceverà miliardi di dollari, potrà arricchire uranio e sviluppare armi nucleari, e avrà il controllo effettivo sullo stretto di Hormuz” — tutte cose fattuali. Il senatore Wicker, presidente della commissione Forze armate, ha riassunto il sentimento generale dei falchi repubblicani: “Tutto quello che è stato fatto nell’operazione Epic Fury sarebbe per nulla.” La questione politica però, è semplice: se non si vuole andare verso un conflitto che potrebbe farsi lunghissimo con l’Iran, l’unica cosa che si può fare a Washington è farsene una ragione. (Associated Press)