La proposta di Hamas: niente armi nelle strade di Gaza
Le fazioni palestinesi lavorano per una proposta per Gaza, ma mancano le pressioni internazionali su Israele per sbloccare l’impasse. Tra le altre notizie: Putin dice di no a Zelenskyj, Meloni balza il summit UE-Balcani, e tutti i nuovi titoli presentati alla Summer Game Fest
In un’intervista con Al Jazeera, Husam Badran, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha tracciato la propria proposta di compromesso per sbloccare la trattativa per la normalizzazione della situazione nella Striscia di Gaza: Hamas non è disposto a consegnare le armi in questa fase — quello è un passaggio che il gruppo da anni collega al passaggio della Striscia a un governo indipendente palestinese — ma è disposto a far sparire le armi dalla circolazione nelle strade della Striscia, indicando che ad essere armata sarà solo la futura polizia palestinese: “Quando il comitato palestinese verrà ad amministrare la Striscia di Gaza, non ci saranno armi visibili nelle strade e nei vicoli di Gaza se non le armi ufficiali appartenenti a questo comitato, cioè la polizia palestinese ufficiale.” Il comitato tecnico palestinese è bloccato da mesi fuori dalla Striscia di Gaza. Non si tratta di una resa, ma di un tentativo di sbloccare la trattativa: le 8 fazioni palestinesi, Hamas stesso, Jihad Islamico in Palestina, FPLP, FDLP, FPLP-CG, Iniziativa Nazionale, Comitati di resistenza popolare e la Corrente riformatrice democratica legata a Fatah, si riuniranno al Cairo questo fine settimana, nel tentativo di salvare il cessate il fuoco. Badran accusa Israele di non aver attuato “nemmeno il 30%” degli obblighi della prima fase — e ricorda come nel corso del “cessate il fuoco” a Gaza sono state uccise circa mille persone. (Al Jazeera)
Anche di fronte a una proposta più avanzata e di compromesso da parte delle fazioni palestinesi, è difficile pensare che la trattativa vada da qualche parte di fronte all’ostruzionismo del governo Netanyahu VI — non senza un drastico cambio di passo in termini di pressioni internazionali contro Tel Aviv. Qualcosa, timidamente, si muove, nonostante le posizioni degli stati occidentali siano molto regredite dall’inizio del cessate il fuoco: la procura nazionale antiterrorismo francese ha aperto, su richiesta del governo, un’indagine per crimini di guerra e torture sul trattamento riservato dai militari israeliani agli attivisti francesi che hanno preso parte all’ultima flottiglia diretta a Gaza. Otto attivisti francesi hanno raccontato di violenze fisiche e psicologiche: una di loro ha descritto un soldato che la palpeggiava e schiaffeggiava in un container buio, con il terrore di essere stuprata; un’altra ha riferito di detenuti costretti in in ginocchio, con la fronte a terra per ore, mentre l’inno nazionale israeliano veniva diffuso a ripetizione. (le Monde)
Ci sono anche esempi di come il sostegno a Israele si stia di nuovo irrigidendo, però. In Slovenia, ad esempio, la questione spezza le istituzioni: Janez Janša ha inaugurato il proprio quarto mandato da Primo ministro ordinando la rimozione della bandiera palestinese dal principale edificio governativo di Lubiana, dove sventolava da due anni: un gesto compiuto quasi immediatamente dopo l’insediamento, come segno esplicito di vicinanza a Trump e Tel Aviv. Janša ha annunciato una politica estera “responsabile” e “basata sui fatti” — formula letta da molti come un rifiuto in codice della precedente linea contro il genocidio di Lubiana. A raccogliere il gesto è stata la presidente Nataša Pirc Musar, che ha annunciato che la bandiera palestinese sarà issata davanti al palazzo presidenziale per una settimana e poi esposta al suo interno per il resto del suo mandato: “Il genocidio contro i palestinesi non è stato fermato, e le persone a Gaza e in Cisgiordania non vivono in pace e dignità.” (Middle East Eye / X)
Nei giorni scorsi si è parlato molto del divieto d’ingresso nel Regno Unito a Hasan Piker e Cenk Uygur, a quanto pare motivato dalle loro critiche a Israele. Paul Holden ricostruisce come si tratti dell’ultimo tassello di una lunga deriva del governo Starmer sul terreno delle libertà civili e della repressione del dissenso in sostegno alla causa palestinese. Holden muove un’accusa specifica: quello di Starmer non è davvero un governo laburista, ma il prodotto di un’operazione, guidata dall’ex capo di gabinetto Morgan McSweeney attraverso il think tank Labour Together, che ha strappato il partito alla sinistra di Jeremy Corbyn anche grazie a finanziamenti non dichiarati e in larga parte provenienti da gruppi pro–israeliani, alimentando ad arte la “crisi dell’antisemitismo” per zittire critici e media indipendenti. (Drop Site)