Regno Unito, capitale: Tel Aviv
La Corte d’Appello di Londra ha confermato la messa al bando di Palestine Action. Tra le altre notizie: un miliardo di bambini è minacciato da gravi rischi climatici, gli ultimi 15 giorni del Pnrr, e la trattativa tra Anthropic e l’amministrazione Trump II
La Corte d’Appello di Londra ha stabilito che la messa al bando di Palestine Action come organizzazione “terroristica” è legittima, ribaltando la sentenza con cui a febbraio l’Alta corte aveva giudicato il provvedimento illegittimo e sproporzionato perché lesivo del diritto di protesta. Si tratta di una decisione che avrà un impatto rilevante nella tenuta democratica del paese: un collegio di 5 tra i più alti magistrati del paese ha definito la messa al bando come “giustificata e proporzionata,” pur riconoscendo che la proscrizione del gruppo è “controversa,” e che Palestine Action è sostenuta da molti cittadini che “per il resto sono rispettosi della legge” (!). La baronessa Carr, Lord capo della Giustizia d’Inghilterra e Galles, ha affermato che sarebbe “un errore fondamentale ignorare il fatto che Palestine Action promuove apertamente violenze illegali equiparabili al terrorismo.” Le prove con cui i funzionari britannici sostengono questa tesi sono notoriamente molto fragili. Fondato 6 anni fa, il movimento è impegnato nel contrasto delle aziende che hanno reso possibile la persecuzione e il genocidio della popolazione palestinese, con operazioni mirate. La cofondatrice Huda Ammori ha annunciato che impugnerà la decisione fino alla Corte suprema e, se necessario, fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo: “Non smetteremo di batterci per ribaltare quello che è uno degli attacchi più estremi alla libertà di parola e al diritto di protesta nella storia britannica moderna.” Per Thomas Bell, direttore di Human Rights Watch nel Regno Unito “questa decisione consolida ulteriormente il posto del Regno Unito tra i paesi che arretrano sui diritti umani classificando atti di protesta come terrorismo.” Anas Mustapha di CAGE International parla esplicitamente di “strumenti autoritari per schiacciare il dissenso.” La ministra dell’Interno Mahmood ha accolto con favore la sentenza, sostenendo che “non incide sulla protesta legittima a sostegno della causa palestinese.” (BBC News / Al Jazeera)
Vale la pena soffermarsi sulla descrizione di cittadini che “per il resto sono rispettosi della legge” — secondo un documento visionato da i Paper, il profilo più frequente delle persone arrestate per terrorismo nel Regno Unito, dalla persecuzione di Palestine Action è: donna caucasica di 59 anni d’età. Nei soli 6 mesi successivi al bando sono stati effettuati quasi 2.800 arresti legati a Palestine Action, più di tutti i sospetti di terrorismo fermati nel decennio precedente, con un aumento su base annua di oltre il 1.000% di arresti per reati di terrorismo — prima rarissimi — in gran parte di persone che reggevano cartelli con su scritto “Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action.” Dei 2.779 arresti legati al gruppo nel corso dell'anno, solo 412 si sono tradotti in una effettiva incriminazione. In un passaggio del proprio intervento, la baronessa Carr ha sostenuto che Palestine Action non sarebbe “un gruppo di disobbedienza civile come le suffragette, che operavano alla luce del sole,” ma “un’organizzazione clandestina che agisce con cellule segrete.” Come sottolinea Owen Jones, si tratta di un ribaltamento netto: le suffragette tra il 1913 e il 1914 furono responsabili di oltre 300 attentati e uccisero almeno 4 persone. Non solo le suffragette erano più violente, ma avevano anche la loro organizzazione clandestina, le Young Hot Bloods. Owen Jones chiosa: “Mettere al bando come terroristi i gruppi dissidenti è un tratto distintivo dell’autoritarismo; un altro è riscrivere il proprio passato.” (the i Paper / Owen Jones Battlelines)
Il Regno Unito sta correndo verso la repressione su più fronti. A confermarlo è il caso di Mohammed Amin, corrispondente di Middle East Eye, a cui il Regno Unito ha negato il visto per partecipare a una delle più prestigiose cerimonie del giornalismo britannico. Amin — sudanese, candidato al premio Giornalista dell’anno dei One World Media Awards, in programma mercoledì a Londra, per i suoi reportage dal Sudan — si è visto respingere giovedì dalle autorità britanniche la richiesta di un visto di 8 giorni, con la motivazione che non avrebbe una “ragione genuina” per entrare nel paese e che non lo lascerebbe al termine del soggiorno. La vicenda di Amin non è isolata: dall’inizio della guerra in Sudan, nell’aprile 2023, i richiedenti sudanesi affrontano ostacoli crescenti, e nel marzo 2026 Londra ha introdotto un “freno ai visti,” che blocca le domande di studio dall’estero per i cittadini di Sudan, Afghanistan, Camerun e Myanmar. Contro il diniego le autorità britanniche non concedono nessun diritto d’appello. (Middle East Eye)