Chi rompe paga

L’accordo tra Iran e Stati Uniti prevede un sostanzioso fondo di ricostruzione per Teheran. Ma chi lo paga? Tra le altre notizie: il Parlamento europeo taglia i dazi agli Stati Uniti, il Campo largo inizia i lavori per il programma per le prossime elezioni, e i satelliti di Amazon restano a terra

Chi rompe paga
foto via X, @CENTCOM

Venerdì si firmerà — vediamo — l’accordo tra Iran e Stati Uniti, e i retroscena delle scorse settimane iniziano ad acquisire solidità, mentre il testo dell’accordo inizia a circolare con più leggerezza. Secondo un retroscena di Reuters, l’intesa quadro prevede un fondo da 300 miliardi di dollari destinato a innescare investimenti in iran e più di metà di quella somma è già stata impegnata, per oltre 150 miliardi distribuiti su 5 regioni. Secondo una fonte con conoscenza diretta del dossier, il fondo serve a dare a entrambe le parti un incentivo economico a concludere l’accordo definitivo. Non si tratta di un programma di ricostruzione né di riparazioni di guerra, precisa la fonte, ma di un “veicolo di investimento” interamente privato: a impegnare i finanziamenti sono imprese di Stati Uniti, stati del Golfo, Asia, Sud America e Africa in settori che spaziano da energia, logistica e manifattura ai trasporti. Il fondo si chiamerà Reconstruction and Development Fund — ma non chiamateli fondi di ricostruzione — ed è frutto di un lavoro di mediazione: Teheran inizialmente aveva chiesto 400 miliardi di risarcimento per i danni causati dalla guerra. I paesi della regione contribuiranno garantendo prestiti, aprendo linee di credito o finanziando direttamente la ricostruzione dei siti colpiti, dal complesso siderurgico di Mobarakeh alle raffinerie e agli aeroporti. (Reuters)

Come scrivevamo nei giorni scorsi, la tenuta di qualsiasi accordo dipende, quasi interamente, da come si comporterà il governo Netanyahu VI: Trump ha iniziato a criticare apertamente il Primo ministro israeliano, rivendicando addirittura: “Senza di me, non ci sarebbe nessun Israele.” L’alleanza tra Washington e Tel Aviv non è ovviamente in discussione, ma è innegabile che gli ultimi attacchi delle IDF in Libano, mentre i funzionari di Trump lavoravano per chiudere l’accordo, abbiano fatto esplodere tensioni tra i due governi. È un problema irrisolvibile d’altronde: sia Netanyahu che Trump si confrontano con elezioni in autunno, e se Netanyahu ha bisogno della guerra, Trump ha bisogno che sia finita. AL contrario, in questo momento Trump ha bisogno di parlare bene della leadership iraniana, con cui sta firmando l’accordo. Parlando con l’emiro qatarino al Thani, Trump ha detto che i funzionari iraniani sono “razionali,” “forti,” e “intelligenti.” (Associated Press / X)

Nonostante l’accordo sia a poche ore, le IDF non interrompono i propri attacchi. Martedì droni israeliani hanno colpito 3 veicoli nel sud del paese, uccidendo almeno 4 persone: due persone sono morte nel villaggio di Mayfadoun in un attacco double-tap, un drone ha colpito un’auto e un secondo colpo è arrivato dopo che la gente si era radunata sul posto per soccorrere le vittime dell’attacco. Per tutta la giornata l’esercito israeliano ha martellato il Libano meridionale con droni, un lancio di missili e tiri d’artiglieria, mentre altri droni hanno sorvolato la capitale Beirut. Le truppe israeliane continuano intanto a occupare vaste porzioni del sud del Libano, dove hanno raso al suolo decine di villaggi. (Reuters)

Un altro fronte in cui gli interessi statunitensi sono in realtà disallineati con quelli israeliani è l’accordo per Gaza: secondo un retroscena del Times of Israel,  l’amministrazione Trump II tratta da mesi con l’Autorità Palestinese per rilanciare un rapporto logoro, nella speranza di ottenere la collaborazione di Ramallah, anche sull’allargamento degli Accordi di Abramo. Si discute di un memorandum che impegnerebbe gli Stati Uniti a togliere le sanzioni all’ANP e a riaprire la missione diplomatica dell’OLP a Washington, chiusa dallo stesso Trump nel proprio primo mandato. Ramallah vorrebbe mettere nero su bianco lo stop alle colonie israeliane, ma ci sono problemi che gli Stati Uniti non possono risolvere da soli: il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich continua a bloccare il trasferimento di più di 4,3 miliardi di euro di entrate palestinesi trattenute da Israele — una causa di tensione così forte che gli Stati Uniti avrebbero valutato di sequestrarle unilateralmente. (the Times of Israel)