La tregua di un giorno

Le IDF hanno condotto pesanti attacchi in Libano, incrinando la difficile tregua tra Teheran e Washington. Tra le altre notizie: l’Europa sogna il protezionismo dalla Cina, continuerete a ricevere chiamate spam, e che cos’è la Scatola nera della Terra

La tregua di un giorno
Dominio pubblico. Foto via X, @VP

La Svizzera ha confermato che i colloqui tra Stati Uniti e Iran, previsti per la giornata di oggi, sono saltati: il vicepresidente statunitense Vance ha annullato il proprio viaggio a Ginevra, dove avrebbe dovuto avviare i negoziati tecnici e firmare la cerimonia ufficiale del memorandum con Teheran. La Casa bianca, per ora, minimizza: “La logistica di questi negoziati non è mai stata semplice, né prevedibile.” L’Iran, che comprensibilmente è più scettico sulla tenuta dell’accordo, non aveva mai confermato l’invio della propria delegazione. La causa della rottura, se rottura sarà, è ovvia: ignorando bellamente l’accordo siglato dagli Stati Uniti, nella notte le forze israeliane hanno condotto attacchi in tutto il sud del Libano, uccidendo almeno 16 persone. Fonti di Al-Mayadeen confermano che Teheran ha rinviato l’invio della delegazione precisamente in risposta agli attacchi in Libano. L’accordo firmato dai due paesi non solo prevede la sospensione delle operazioni militari “su tutti i fronti, compreso il Libano,” ma garantisce anche l’“integrità territoriale e la sovranità” del paese. (Reuters / Al-Mayadeen)

Non era un segreto che Netanyahu non abbia intenzione di rispettare l’accordo, ma nelle scorse ore, dopo la firma di Trump a Versailles, la cosa si è fatta formale: Netanyahu ha confermato che non intende ritirare le IDF dal sud del Libano, perché il suo governo vuole “ripristinare la sicurezza nel nord” di Israele, cosa che a quanto pare “richiede il mantenimento della striscia di sicurezza nel sud del Libano.” “Non ci ritiriamo finché le esigenze di sicurezza di Israele lo richiedono.” D’altronde le IDF stesse hanno deciso, sostanzialmente, di far finta di niente: il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano ha pubblicato su X la mappa di dove i militari avrebbero continuato a operare in Libano, con l’obiettivo di “rimuovere minacce,” un eufemismo militare per dire che le IDF continueranno a bombardare e uccidere nel paese. (the Jerusalem Post / X)

La reazione israeliana non è, ovviamente, inaspettata: nelle ore precedenti Vance aveva attaccato apertamente i critici israeliani dell’accordo: “Donald J. Trump è l’unico capo di Stato del mondo che in questo mondo provi simpatia per la nazione di Israele,” ha sbottato il vicepresidente, riferendosi al crescente isolamento del paese dopo l’aggressione di Gaza degli scorsi anni. “Se fossi nel governo israeliano, eviterei di attaccare l’unico alleato potente che mi resta al mondo.” Vance ha ricordato che “due terzi” degli armamenti israeliani sono stati “costruiti da mani americane e pagati con i soldi dei contribuenti americani.” A un certo punto Vance ha sbottato: “Siete un paese di 9 milioni di persone; non potete risolvere ogni vostro problema di sicurezza nazionale semplicemente uccidendo.” L’estrema destra israeliana, ovviamente, non vuole saperne. Ben-Gvir ha commentato le dichiarazioni di Vance chiedendo “di gestire i nazisti del 21esimo secolo come gli Stati Uniti hanno fatto nel 20esimo secolo.” Un’affermazione che sarebbe ridicola se la politica israeliana non stesse facendo pienamente uso della retorica dello Dolchstoßlegende, la “leggenda della pugnalata alla schiena,” con cui i nazionalisti tedeschi addossarono le colpe della sconfitta della Germania imperiale al crollo del “fronte interno” — il mito sociale da cui è poi nato il nazismo. Nelle scorse ore Ben-Gvir ha rincarato la dose, dicendo che “per ogni lacrima di una madre israeliana, devono piangere 1.000 madri libanesi.” “Tutto il Libano deve bruciare!” Per non essere da meno, Smotrich ha scritto che “bisogna aprire i cancelli dell’inferno.” (the New York Times / X)