A falling Starmer!
Keir Starmer toglie il disturbo, mentre per Andy Burnham forse questa è la volta buona. Tra le altre notizie: i primi passi sul fronte della trattativa tra Stati Uniti e Iran, l’Ordine dei giornalisti contro Cipriani e Minetti, e Nvidia promette di aver risolto il consumo d’acqua dei data center
Dopo un lungo week end di riflessione, lunedì Keir Starmer si è dimesso, di fronte alla minaccia dei propri ministri di aprire una grave crisi di governo. Davanti alla propria residenza a Downing Street, come hanno fatto molti Primi ministri britannici negli scorsi anni, Starmer ha annunciato il proprio addio in un discorso a tratti commosso, ammettendo di non essere più il leader che il proprio partito voleva avere in vista delle elezioni del 2029. Starmer non sarà ricordato in modo caritatevole: il Morning Star evidenzia come, presentatosi come difensore dello stato di diritto, abbia favorito politiche repressive — sia all’interno del proprio partito, espellendo socialisti e zittendo le voci di sinistra su NATO e genocidio a Gaza, che nella società britannica. Durante i suoi due anni a Downing Street, Starmer ha favorito le privatizzazioni, il progressivo allineamento politico con Washington, nonostante le politiche di estrema destra dell’amministrazione Trump II, e ha continuato la progressiva erosione del servizio pubblico britannico. Ma la sua colpa più grande potrebbe essere ancora a venire, se i danni al consenso del Labour e la rottura con gli ambienti progressisti dovessero tradursi in un governo di estrema destra anche a Londra. Yanis Varoufakis saluta la fine del suo premierato con ironia, descrivendolo come “una figura moralmente decadente”: “La storia ricorderà Starmer come un uomo senza convinzioni, un Primo ministro che non ha offerto un briciolo di onestà, ma solo la crudele illusione di cambiamento. Eticamente decadente perché ha scelto, consapevolmente, di abbandonare i principi per il potere.” “Per tutto questo, la storia lo condannerà. Meglio così, dico io.” (Reuters / the Morning Star / X)
Le dimissioni di Starmer dovrebbero dare modo di condurre una transizione di potere ordinata: le ambizioni di Andy Burnham di sostituirlo a Downing Street non sono un segreto — Burnham ha provato ad arrivare alla leadership del Labour già due volte, tra l’altro — e in questo momento non sembrano esserci concorrenti che possano scalzarlo. Ma chi è Andy Burnham? 56enne, è una figura atipica nel Labour contemporaneo, anche se è nel partito da sempre, da quando ha preso la tessera di partito a 14 anni. È stato ministro nei governi Blair e Brown, ma è politicamente difficile da inquadrare — è stato pro-Remain in ambito Brexit e ora è favorevole al rientro nell’Unione europea, e negli anni ha spostato molte delle proprie posizioni verso temi progressisti: ad esempio è a favore della nazionalizzazione di acqua e produzione energetica. Il suo slittamento politico gli ha meritato critiche all’interno del partito, dove c’è chi lo accusa di andare dove tira il vento politico. Come scrivevamo, è stato sconfitto già due volte: da Ed Miliband nel 2010 e da Corbyn nel 2015. (BBC News)
Il mese scorso Burnham si è fatto coraggio è ha bollato come “la strada sbagliata” gli ultimi 40 anni di neoliberismo che hanno dominato la politica britannica, tra deregolamentazioni, privatizzazioni, e poi durissima austerità per i meno ricchi. Non è chiaro quale sia la strategia che voglia intraprendere, però, ed è difficile sperare in una “rivoluzione Burnham”: è facile dire che le politiche dei governi degli scorsi decenni siano state fallimentari — ci sono per altro dati incontrovertibili che lo dimostrano — ma finché non si produce un programma alternativo vero e proprio, non si va da nessuna parte. Anthony Barnett prova a tracciare un punto di partenza, che inevitabilmente però passa da una riflessione fondamentale: “Che tipo di capitalismo” vuole il Regno Unito? E quale deve essere “il posto al mondo,” del paese? (BBC News / the Atlantic / New Statesman)