Eravamo anche noi in guerra con l’Iran?

Il segretario generale NATO Rutte si è fatto scappare che il ruolo dell’Italia nella guerra in Iran non è stato trascurabile. Tra le altre notizie: un fortissimo terremoto in Venezuela, FdI vuole aprire un nuovo CPR in Lombardia, e questa è l’apocalisse dei token

Eravamo anche noi in guerra con l’Iran?
foto CC BY-SA 4.0 Yawnbox

Il segretario generale della NATO Mark Rutte si è presentato — è la quinta volta — alla Casa bianca per cercare di pettinare Donald Trump, sempre più in rotta con i propri alleati atlantici. Il presidente statunitense è tornato a minacciare gli alleati di uscire dal patto, e le sue rimostranze si sono fatte molto più rumorose quando gli alleati hanno tentennato nel supporto alla fallimentare guerra contro l’Iran. “Non sono stati troppo gentili con noi nella nostra recente piccola schermaglia militare,” ha dichiarato Trump. Rutte, che anche le agenzie descrivono come sempre intento a coccolare il presidente statunitense, ha provato a controbattere con delicatezza dicendo che dalle basi europee sono decollati tra i 4 e i 5 mila aerei statunitensi prima del cessate il fuoco con Teheran. Rutte non si è risparmiato nelle piaggerie, raccontando anche di come una volta ha incontrato un contractor della Difesa che era rimasto “terrorizzato” da Trump, al punto che “tremava” quando si è recato in ufficio da Rutte. (PBS News / Associated Press)

La visita di Rutte alla Casa bianca è diventata un caso politico in Italia: prima di incontrare Trump, per preparare il terreno, il segretario generale NATO ha concesso un’intervista a Fox News, e non si è accordo di rivelare un’informazione che smentisce quanto detto finora dai membri del governo Meloni in merito al ruolo italiano nella guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Rutte ha raccontato che 500 aerei statunitensi hanno usato le basi NATO italiane. È una versione stride con quanto detto in Italia: finora il governo ha sostenuto che nelle basi italiane potevano transitare solo voli logistici e tecnici, coperti dal trattato bilaterale sulle installazioni militari statunitensi nel paese. Crosetto si è agitato e ha fatto emettere un comunicato “al fine di evitare inutili e pretestuose polemiche,” in cui si sostiene che il governo ha “operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale.” “Senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti.” “Sorprende che il segretario della NATO, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury,” continua il comunicato del ministero della Difesa, “faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati.” L’Italia, secondo il ministero, autorizza “esclusivamente i voli che sono previsti dai trattati e che escludono totalmente le attività cinetiche.” Una risposta molto nervosa ma che, avrete forse notato, non smentisce che dall’Italia siano partiti 500 voli in supporto alle attività di guerra. (Fox News / ministero della Difesa)

In realtà, la situazione è parecchio più complicata di come la faccia il governo. Crosetto rivendica il rispetto degli accordi internazionali, ma il trattato che regola le basi statunitensi in Italia è del 1954 ed è sempre stato segreto: nessuno sa con esattezza cosa preveda. Le rassicurazioni di Crosetto, insomma, suonano come una scappatoia: Antonio Mazzeo, esperto di Difesa di Pagine Esteri, racconta al manifesto di avere “innumerevoli documenti” che dimostrano il contrario: da Aviano e Sigonella sono passati gli aerei-cisterna che hanno rifornito in volo i bombardieri diretti in Iran, e a Sigonella sono stanziati i droni-spia Triton e i pattugliatori P8 Poseidon, probabilmente usati sullo stretto di Hormuz. Anche se nessun aereo decollato dall’Italia ha sganciato materialmente bombe, senza quei rifornimenti e quel lavoro di intelligence la guerra non si sarebbe potuta combattere. In altre parole: distinguere tra voli “tecnici” e partecipazione alla guerra è un cavillo tecnico, spiega Mazzeo: “Senza supporto, rifornimenti in volo, rifornimenti di armi e riparazioni, questa guerra non sarebbe stata possibile.” (il manifesto)

Anche senza questionare la possibilità che droni spia abbiano fornito intelligence tattica — ovvero indicazioni su dove bombardare — è fondamentale sottolineare che il rifornimento in volo non è equiparabile a un semplice trasporto cargo, ed è consolidato nella dottrina giuridica militare contemporanea che faccia parte della “catena cinetica,” ovvero le operazioni che rendono possibili l’attacco stesso — e quindi l’uccisione delle persone. Questa lettura, sottolineiamo, non è una posizione “pacifista,” ideologica o colorata politicamente: persino il congresso statunitense (!) in una risoluzione bipartisan (!!) del 2019 ha riconosciuto il ruolo dell’aviazione statunitense in supporto alla coalizione saudita che ha devastato lo Yemen come co-belligerante, chiedendo l’invocazione del War Powers Act. Distinguere tra un volo “tecnico-logistico” e una missione cinetica è possibile solo nelle primissime fasi di rifornimento di terra o di spostamento dei magazzini. Quando il carburante viene erogato in volo a una piattaforma d'attacco in missione operativa, quel volo diventa, secondo il diritto internazionale dei conflitti armati, parte dell’attacco stesso. (Congresso statunitense / Comitato internazionale della Croce rossa)