Donald Trump non sa perdere una guerra
Trump spera di poter riportare l’Iran alla trattativa da una posizione di forza. Tra le altre notizie: l’Irlanda lavora per bloccare l’importazione dei prodotti dai Territori palestinesi occupati; il debutto formale del Campo largo, a Napoli; e Meta brevetta un gadget per monitorare il vostro umore
La guerra tra Stati Uniti e Iran torna a divampare: nelle scorse ore l‘esercito statunitense ha lanciato numerosi nuovi raid aerei — circa 90 secondo il Comando centrale — e Teheran ha risposto colpendo basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Qatar. In Bahrein, dove è dislocato il quartier generale della Quinta flotta della Marina statunitense, le sirene sono suonate almeno 3 volte. Secondo i dati del ministero della Salute iraniano, negli attacchi degli ultimi due giorni i militari statunitensi hanno ucciso 14 persone, e ne hanno ferite altre 78. Per la prima volta da aprile i militari statunitensi sono tornati a colpire anche dei ponti, tra cui due sulla strada per Mashhad, dove proprio giovedì si conclude la sepoltura di Khamenei. Dopo aver lasciato il vertice NATO, dove aveva descritto il memorandum con l’Iran finito, Trump ha parlato di una “rappresaglia,” e ha minacciato che a questi attacchi ne avrebbero fatti seguito anche di peggiori. Non è un segreto che Trump vorrebbe chiudere il capitolo della guerra in Iran, estremamente impopolare negli Stati Uniti, ma non sembra in grado di accettare i termini richiesti dall’Iran: la speranza sembra essere quella che “con un altro po’ di bombardamenti” si potrà riaprire la trattativa con termini più favorevoli agli Stati Uniti — ma si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere senza impegnarsi nel conflitto di lunghissimo periodo che Israele sogna dall’inizio della guerra. (Associated Press / Reuters)
Non a caso, mentre gli scontri tra Teheran e Washington tornano a infiammarsi, Israele soffia sul fuoco. Il ministro della Difesa Katz ha smentito seccamente Trump, che aveva dato per scontato, di nuovo, il ritiro israeliano dal Libano: “Non abbiamo chiesto a nessuno il permesso di entrare in Libano, e non ci serve il permesso per restarci,” ha commentato, in aperta sfida con il diritto internazionale. Nelle scorse ore Amnesty ha di nuovo accusato Israele di aver ucciso “intere famiglie” nei propri attacchi nominalmente contro Hezbollah — l’organizzazione chiede che gli attacchi vengano investigati come crimini di guerra. Amnesty ha documentato 3 attacchi aerei che lo scorso marzo hanno ucciso 24 civili — tra cui 12 minori — sui quali ci sono “basi ragionevoli per concludere che le forze israeliane hanno violato la legge umanitaria internazionale,” “tra cui il non distinguere tra obiettivi civili e militari, conducendo attacchi diretti contro civili e obiettivi civili, o evitando di prendere tutte le precauzioni necessarie per minimizzare i danni ai civili.” (the New Arab / Amnesty International)
La facciata della fallimentare guerra in Iran, solo pochi mesi dopo la (formale, non fattuale) conclusione dell’aggressione di Gaza, ha avuto effetti probabilmente irreversibili sulla politica statunitense — un cambiamento che non solo lascia Trump sotto pressione, ma che sembra destinato a ridisegnare gli orizzonti politici a Washington. Su Middle East Eye David Hearst si pone la questione in modo immediato: Trump sarà l’ultimo presidente statunitense apertamente sionista? Non è una domanda provocatoria: in Israele, i commentatori più vicini a Netanyahu ormai bollano Trump come “traditore” e “perdente,” in una escalation netta rispetto alla strategia dell’ingratitudine condotta dalla politica israeliana con Obama e Biden. Ma lo slittamento, come scrivevamo, è tutto negli Stati Uniti: secondo il Pew Research il 60% degli adulti americani ha ormai un giudizio negativo su Israele, con la lobby israeliana diventata un vero e proprio “marchio tossico” per i politici che ricevono soldi per sostenere il sionismo negli Stati Uniti. Il rischio che, chiuso il capitolo con l’Iran, Netanyahu riprenda il genocidio a pieno regime a Gaza non farà che accelerare il processo politico che inevitabilmente sembra destinato a staccare Stati Uniti da Israele. (Middle East Eye)