Il salasso della guerra in Iran
La guerra contro l’Iran finora è costata 37,5 miliardi di dollari, e i repubblicani vogliono spenderne almeno 95. Tra le altre notizie: Cuba risponde alle accuse complottiste di Washington, forse Abderrahim Fakir poteva essere salvato, la Francia vieta i social network ai giovani sotto i 15 anni
La guerra condotta dagli Stati Uniti contro l’Iran è costata finora 37,5 miliardi di dollari. È la stima, marcatamente al rialzo rispetto alle precedenti, fornita dal segretario alla Difesa Hegseth durante un’accesa audizione al Senato statunitense, convocata mentre i repubblicani preparano un pacchetto da 95 miliardi (!) per finanziare l’esercito e altre priorità della Casa bianca. Hegseth ha difeso le spese ingenti e i prossimi investimenti, dicendo che erano “urgenti” e “necessari”: “Senza questi fondi, ci troveremo di fronte a carenze critiche.” Il segretario alla Difesa ha presentato un budget da 1.500 miliardi, proposto da Trump come un investimento di proporzioni “generazionali” nella macchina della guerra statunitense. La senatrice democratica Murray ha evocato lo spettro di un’altra “guerra eterna,” come quelle da cui solo negli scorsi anni gli Stati Uniti sono riusciti a disimpegnarsi. Murray ha sottolineato che è un controsenso dire che un accordo con Teheran è vicino mentre si chiedono decine di miliardi per continuare la guerra. Nel corso dell’audizione, durata 3 ore, i toni sono diventati sempre più accesi, mentre i malumori continuano a serpeggiare, in realtà, in entrambi i partiti. La senatrice Shaheen ha chiesto espressamente: “Perché chiedere al popolo americano di sostenere il costo di una guerra che non approva?” Rispondendo a una domanda su quali sarebbero stati i costi totali dell’aggressione, il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, ha risposto addirittura di non poter dare una cifra definita al riguardo, perché, (sic) “anche il nemico ha voce in capitolo.” Per rispondere alle molte critiche, Hegseth ha presto fatto ricorso ad accuse di disfattismo, dicendo ai senatori di “vergognarsi,” “voi e tutti gli altri che parlano di pantano e di fallimento” della guerra. (Associated Press)
Mentre l’esercito statunitense bombardava l’Iran per l'undicesima notte consecutiva, con esplosioni su Teheran e 3 località colpite nella provincia di Bushehr, dove sorge l’unica centrale nucleare del Paese, il segretario di Stato Rubio, a margine di un vertice dei ministri degli Esteri del Sud-Est asiatico a Manila, ha dichiarato di nuovo che Washington è “sempre impegnata sul fronte diplomatico,” salvo accusare Teheran di non fare sul serio: “Il problema che abbiamo adesso è che non sono seri sui colloqui. Se sono seri, lo siamo anche noi. Se non lo sono, faremo il necessario per proteggere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati.” Rubio ha insistito soprattutto sulla necessità di tenere aperto liberamente lo stretto di Hormuz, sostenendo che lasciare all’Iran il controllo di una via d’acqua internazionale creerebbe un precedente pericoloso perfino per i paesi asiatici alle prese con le dispute nel Mar cinese meridionale: “Se creiamo un precedente in Medio oriente per cui uno Stato può decidere di controllare una rotta internazionale, imporre un pedaggio e, se non paghi, farti saltare in aria le navi, abbiamo creato un precedente molto pericoloso, che si ripeterà in altre parti del mondo, inclusa questa regione.” Ovviamente Rubio non ha speso molto tempo nel sottolineare che la circolazione nello stretto di Hormuz era libera prima dell’inizio della guerra. (Reuters)
A Teheran chi crede alla trattativa, però, c’è: Middle Easy Eye traccia un profilo di Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del Parlamento diventato capo negoziatore nei colloqui con Washington: conservatore di lungo corso ed ex comandante dell’aviazione dei Guardiani della rivoluzione, veterano della guerra Iran-Iraq in cui perse un fratello, oggi affronta, riportano le fonti del magazine online, la più dura prova della sua carriera, accusato sotto pressione delle correnti oltranziste dello scontro con Washington. Secondo una fonte politica citata dalla testata, i suoi istinti di politica estera “ricordano quelli di Hassan Rouhani, ma, a differenza di Rouhani, Ghalibaf sta attento a non alienarsi la base conservatrice della Repubblica islamica,” e proprio l’alleanza con Mojtaba Khamenei — con cui, dice la fonte, “sono diventati gradualmente una squadra politica” — gli avrebbe permesso di resistere alla reazione dei falchi dopo il primo round di negoziati a Islamabad. Sono proprio i riformisti — storici avversari di Ghalibaf — a sostenerne oggi gli sforzi. (Middle East Eye)