La guerra si allarga sotto gli occhi di Trump
Trump sospende gli attacchi, mentre deflagrano le tensioni tra Ucraina e Iran e Houthi e Arabia Saudita. Tra le altre notizie: i grandi incendi che hanno colpito Francia e Spagna, gli scontri davanti ai cantieri di San Didero e Chiomonte, e alla ricerca di “esosatelliti.”
Nelle scorse ore Donald Trump ha ordinato all’esercito statunitense di non condurre nuovi attacchi contro l’Iran, dopo quasi due settimane di attacchi ininterrotti. Non è chiaro se la pausa della giornata di ieri possa continuare, o se già nei prossimi giorni ci saranno altri attacchi — o una ulteriore escalation. Non è un segreto che Trump vorrebbe chiudere la guerra al più presto, ma la riapertura del conflitto tradisce che non sia (ancora?) pronto ad accettare i termini di Teheran, che funzionalmente ha vinto la guerra, almeno sul piano politico. I media israeliani hanno già deciso che ci sarà l’escalation, e danno per scontato che anche un possibile, rinnovato, impegno diplomatico sia destinato a fallire, lasciando al presidente statunitense solo l’opzione di una aggressione ancora più sanguinaria. Già da inizio settimana, d’altronde, circolano retroscena su come le IDF si stiano preparando a rientrare in guerra. L’esito della scommessa della politica israeliana, però, è meno certo di quanto potrebbe sembrare: secondo un retroscena ulteriori attacchi di ritorsione iraniane potrebbero mettere seriamente in difficoltà le scorte anti–missilistiche statunitensi. Il Pentagono finora ha usato più di 1.200 intercettatori Patriot in guerra — al costo di più di 4 milioni di dollari l’uno — per abbattere droni e missili iraniani che in proporzione costano molto meno. Il generale Dan Caine, in conversazioni a porte chiuse, ha avvisato che la riapertura del conflitto a pieno regime potrebbe portare a consumare completamente le scorte di intercettatori a disposizione dell’esercito statunitense. (Axios / the times of Israel / le Monde / the New York Times)
Mentre gli Stati Uniti si prendono una pausa di riflessione, la guerra, in realtà, si espande: l’Ucraina ha rivendicato di aver colpito una nave iraniana impegnata nel trasporto di carichi militari tra Iran e Russia: secondo il servizio di intelligence di Kiev l’imbarcazione operava eludendo le sanzioni internazionali: Zelenskyj ha parlato di “ottimi risultati,” ottenuti con attacchi a lungo raggio nelle acque del Caspio contro alcune navi — tra cui, riferisce Al Jazeera, anche un’unità da guerra. Teheran offre però una versione opposta: l’attacco, “ostile e criminale,” sarebbe stato condotto contro una nave commerciale, con un marinaio ucciso e un altro ferito. Le autorità iraniane hanno convocato rappresentanti ucraini per discutere dell’aggressione. (The Kyiv Independent / Al Jazeera)
Intanto, gli Houthi hanno lanciato missili e droni contro le raffinerie petrolifere saudite. Il gruppo ha dichiarato di aver preso di mira gli impianti di Aramco nei porti di Yanbu e Jizan; fonti di sicurezza citate da Reuters riferiscono che la contraerea di Yanbu ha intercettato due missili balistici, mentre l’agenzia ha verificato un video che mostra colonne di fumo vicino alla raffineria di Jizan, dove due fonti del trading asiatico parlano di danni. Non è un bersaglio casuale: con lo stretto di Hormuz bloccato dall’Iran, Yanbu è diventata una delle poche vie d’uscita per il greggio saudita, verso cui Riad ha dirottato milioni di barili. Gli attacchi sono arrivati poche ore dopo che la coalizione a guida saudita aveva colpito la città portuale di Hodeida e l’isola di Kamaran — un raid che gli Houthi avevano bollato come “una pericolosa escalation e un’estensione della politica di punizione collettiva.” (the New Arab)
Il retroscena del New York Times si conclude con un commento di un funzionario statunitense, che per ragioni ovvie è rimasto anonimo, perché ritiene che questa seconda ondata di attacchi abbia avuto “l’effetto opposto a quello desiderato”: l’amministrazione Trump II sperava di portare Teheran alla trattativa indebolito e tremebondo, mentre invece il risultato è aver garantito la coesione delle forze politiche iraniane, tutte concentrate sul gestire la minaccia esterna. (the New York Times)