Raschiare il fondo del barile
Le riserve globali di petrolio sono a secco, e non ci sono alternative al greggio che dovrebbe passare da Hormuz e Bab el–Mandeb. Tra le altre notizie: la litigata tra Stati Uniti e Francia all’ONU, 90 giorni per rimuovere l’amianto dall’Ilva, Wikimedia contro il sindacato degli editor di Wikipedia
I governi asiatici stanno correndo per cercare di scongiurare una seconda crisi energetica, ancora più grande di quella di inizio anno: alla chiusura dello stretto di Hormuz ora si è aggiunto il blocco imposto dagli Houthi alle petroliere saudite attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, lasciando di fatto solo il canale di Suez pienamente aperto al greggio del Golfo. A soffrirne sono soprattutto i paesi asiatici — Giappone, Filippine, Thailandia, Corea del Sud — che dalla regione importano fino al 90% del loro petrolio. Ahmed Helal, dell’Asia Group, descrive la situazione senza mezzi termini: “Stanno raschiando il fondo del barile quanto a capacità di riserva globale.” “Ormai c’è pochissimo magazzino.” Le alternative sono poche e molto care: alcune raffinerie giapponesi e sudcoreane stanno provando ad aggirare gli ostacoli deviando i carichi a nord, verso Suez e il Mediterraneo, o addirittura circumnavigando l’Africa. Suez, però, non è una soluzione davvero fattibile: le superpetroliere VLCC, le più grandi, sono troppo grandi per attraversare il canale a pieno carico: dovrebbero scaricare metà del greggio nel mar Rosso, farlo transitare attraverso l’oleodotto egiziano Sumed, e quindi ricaricarlo dall’altra parte. L’alternativa, quella della rotta attorno al Capo di Buona Speranza raddoppierebbe (!) i tempi del viaggio. In tutto questo, i costi si fanno sempre più alti: nel corso di una settimana, da quando gli Houthi hanno iniziato a esercitare controllo sullo stretto di Bab el–Mandeb, i premi assicurativi per “rischi di guerra” sono raddoppiati. (the Guardian)
Nel frattempo, per una terza notte consecutiva la tregua con l’Iran ha tenuto: Trump sostiene di aver avuto “buoni colloqui” con Teheran, e intravede la possibilità di un accordo — anche se il presidente statunitense non riesce a superare la retorica dell’aggressione: “Credo ci siano buone probabilità che si faccia qualcosa; se si riesce, bene, altrimenti torniamo a fare quello che facevamo due giorni fa.” Nel frattempo, gli Houthi hanno colpito con droni infrastrutture petrolifere saudite, e altri droni sono stati segnalati sul Kurdistan iracheno. (C-SPAN / Reuters / Kurdistan24)
Più tardi — alle 11 di mattina ora locale, le nostre 17 — Trump accoglierà alla Casa bianca Netanyahu, un paio d’ore dopo aver parlato con Zelenskyj. Entrambi gli incontri si terranno senza la presenza della stampa, per cui si tratterà, come dire, di incontri veri. Netanyahu attendeva da molto un vertice con il presidente statunitense, ma il momento non è dei migliori, almeno per lui: Netanyahu è a tutti gli effetti lo sponsor principale per la guerra contro l’Iran, di cui a distanza ormai di mesi gli obiettivi restano non solo nebulosi ma soprattutto mai raggiunti, con anche la base elettorale più affezionata a Trump sempre più stufa del conflitto — secondo un sondaggio Reuters/Ipsos misura che il consenso alla guerra è sotto il 40%, e che anche 4 repubblicani su 10 ammettanno che Trump non ha “spiegato con chiarezza” gli obiettivi del coinvolgimento militare statunitense. Non è un segreto che gli obiettivi dei due siano ormai divergenti: Netanyahu vuole motivi per continuare a combattere, Trump ha bisogno di trovare un modo dignitoso per uscire dalla guerra. Nelle scorse due settimane gli Stati Uniti hanno di nuovo assecondato Tel Aviv, con una nuova campagna, pesante, di attacchi. Anche questa volta non sembrano essere stati in grado di ottenere il benché minimo risultato politico dagli attacchi, e ora Trump potrebbe voler scaricare su Netanyahu l’intera responsabilità dell’operazione fallimentare. (the Times of Israel / POLITICO / Reuters)