I generali sono i nuovi tecnocrati

La ricerca della destra italiana dell’uomo solo al comando, per anni mascherata da ricerca di competenze, arriva al suo obiettivo finale: l’uomo in divisa

I generali sono i nuovi tecnocrati
© European Union, 1998 – 2024

Italia, 2021. Mario Draghi viene acclamato presidente del Consiglio dopo anni di speranze da parte dell’establishment finanziario e centrista italiano, realizzando finalmente il sogno di avere il tecnico per antonomasia al comando del paese. Il governo dura un anno ed è accolto tiepidamente dal paese, venendo rimpianto e celebrato soprattutto dalla destra Pd e dai commentatori di area centrista su giornali e talk show. Non si può non menzionare, per capire quale fosse l'attitudine dell’epoca, la ridicola lettera di Antonio Scurati a Draghi pubblicata sul Corriere della Sera, in cui l’autore di M si rivolge a Draghi, dimissionario, come a un profeta: “Qualunque cosa si voglia pensare di lei, non si può negare che la sua sia la storia di un uomo di straordinario successo. Durante tutta la sua vita, lei ha bruciato le tappe di una carriera formidabile. Prima da Governatore della Banca d’Italia e poi da Presidente della Banca centrale europea, lei ha retto le sorti di una nazione e di un continente; le ha tenute in pugno con il piglio del dominatore, sorretto da una potente competenza, baciato dal successo, guadagnando una levatura internazionale, un prestigio globale, un posto di tutto rispetto nei libri di storia. Ha conosciuto il potere, quello vero, ha conosciuto la fama degli uomini illustri, la vertiginosa responsabilità di chi, da vette inarrivabili, decide quasi da solo della vita dei molti.”

Italia, 2026. L’ex generale Roberto Vannacci, dopo aver scritto un libro razzista e omofobo e essere stato vicesegretario della Lega, scala i sondaggi e gli indici di gradimento elettorali, facendo preoccupare seriamente la destra di governo rappresentata da Giorgia Meloni. Vannacci ha presentato il suo partito, Futuro Nazionale, e vari tra i politici italiani più estremisti passano tra le sue fila, con il sostegno di una parte non piccola dell’imprenditoria italiana. Tra una polemica e l’altra Vannacci presenta un proprio candidato sindaco di Milano, il generale Carmelo Burgio, già comandante delle truppe italiane a Nassiriya in Iraq dopo l’attentato, commentando la scelta così: “Lui sì che rastrellerebbe Rogoredo.” La scelta di usare il termine “rastrellare” non è casuale, ed è l’ultimo di una serie di richiami chiaramente nazifascisti: i rastrellamenti erano le efficienti procedure con le quali i nazisti occupanti e i fascisti loro complici prendevano innocenti a caso e li deportavano in Germania ai lavori forzati per il Reich.

Ci sono diversi fili rossi che collegano Draghi a Vannacci, anche se a un primo sguardo potrebbero sembrare due tipi umani e politici piuttosto diversi. 

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Il più ovvio è quello dell’uomo forte. Non serve leggere per intero la lettera di Scurati per sapere che la destra italiana è sempre stata molto affezionata al prototipo dell’uomo solo al comando, che abbia un rapporto diretto con le masse scavalcando la politica di tutti i giorni, vista come una roba da comuni mortali. Questo punto, in realtà, è ancora più evidente in Draghi che in Vannacci. Il superomismo di Draghi era quasi un fattore mistico, mentre la sua unicità il generale se la sarebbe conquistata con la sua carriera militare, da sempre il luogo ideale per lo stereotipo del maschio testosteronico di tutto il mondo.

Ma qui bisogna fare un passo in più: Vannacci infatti può essere visto come un erede di Draghi. Il motivo è semplice: la figura di un generale dell’esercito unisce alla mascolinità fascistoide anche l’efficienza del tecnico, di quello che “sa come si fanno le cose” e le fa bene. Lui sì che rastrellerebbe Rogoredo… 

Se il collegamento tra i due tipi d’uomo non vi sembra intuitivo o immediato basta scorrere tra le risposte a Claudio Borghi, che su X si è lamentato della candidatura di Burgio: numerosi utenti gli hanno risposto difendendo la candidatura del generale, dicendo che in quanto tale è sicuramente molto competente. Tra gli utenti che rispondono a Borghi c’è chi scrive che “a quei livelli i militari sono praticamente dei CEO,” e anche Rossano Sasso, che di Futuro Nazionale è deputato, risponde a Borghi — che lo accusa di voler un candidato “tecnico” — che “dipende dai tecnici” di cui si sta parlando. Perché “per ripulire Milanistan” (sic) “non serve uno della Bocconi.”

Almeno dai tempi del governo Monti siamo stati bombardati da alcune presunte verità della destra: la prima è quella rappresentata dall’ossessione per la competenza. Secondo questa visione del mondo all’Italia servono persone competenti, menti più raffinate rispetto ai politici che i poveri ignoranti — che scandalosamente hanno diritto al suffragio universale — possono addirittura votare ogni cinque anni circa. Il fatto che poi questi personaggi mettano in pratica politiche che distruggono lo stato sociale e fanno i peggiori interessi del grande capitalismo nazionale e internazionale non è un problema, anzi: non c’è alternativa, e in ogni caso se lo fanno loro non possono sbagliare. Stateci e sottomettetevi.

Ma c’è un’altra presunta verità di destra, ancora più martellata e banale: l’Italia sarebbe sotto attacco da orde di immigrati che sono per natura pigri o, nel peggiore dei casi, assassini delinquenti, grazie alla connivenza della sinistra — il fatto che queste persone siano sistematicamente sfruttate dai padroni e dai ricchi che poi votano a destra, chissà perché, non viene quasi mai menzionato. Buona parte del dibattito politico dell’ultimo decennio si muove tutto intorno a questa discussione, con figure sempre più discutibili — Meloni, Salvini, ora Vannacci — che fanno la loro fortuna politica attaccando i più deboli nella società. 

L’investitura di Vannacci a nuova promessa della destra è la figlia naturale di questi due diversi temi, da un lato l’ossessione per la competenza e dall’altra quella per l’estremismo razzista e xenofobo. A questi due fattori bisogna aggiungerne anche un altro: l’estrema deferenza che tutte le forze politiche o quasi, e in particolare quelle della destra, fanno a gara a mostrare alle forze dell’ordine. Non importa cosa emerga da inchieste o fatti di cronaca, anche se ci sono video in cui degli agenti soffocano un civile durante un arresto, come nel caso di Bologna: si può stare certi che ci sarà qualche politico di destra che si affretterà a correre in supporto di carabinieri, poliziotti o membri dell’esercito. Visto che l’ultimo poliziotto morto durante una manifestazione in Italia è stato ucciso nel 1973 dai neofascisti dell’Msi, in una manifestazione dove era presente anche Ignazio La Russa, non sembra interessare granché.

Tutte queste cose in realtà erano già confluite in un personaggio precedente a Vannacci: il generale Figliuolo. Ve lo ricordate, con il suo buffo cappello militare? Nel 2021 era stato nominato proprio da Draghi come commissario per l’emergenza Covid–19, e allora i discorsi fioriti intorno alla sua figura erano meravigliosamente apologetici: finalmente abbiamo un uomo delle forze armate — quindi, per definizione, buono, nel dibattito italiano di questi anni — al comando di un ruolo pratico, che saprà svolgere con la giusta competenza e militare risoluzione. Il commissariamento di Figliuolo, in realtà, è stato sostanzialmente senza infamia e senza lode, e il generale è tornato a far parlare di sé soprattutto nel 2023, quando Meloni lo ha nominato commissario straordinario per la ricostruzione in Emilia-Romagna dopo le alluvioni che avevano colpito l’area — una scelta vista come uno sgarbo verso una regione storicamente rossa. Oggi Figliuolo è vicedirettore dell’Aise, i servizi segreti di sicurezza esterna.

A Figliuolo, però, mancava qualcosa che per fare politica a destra oggi è molto importante: la capacità di fare leva sul suo lato patriarcale e maschile, che invece ha Vannacci. Non è un caso che purtroppo Vannacci abbia buona presa tra i giovani maschi, in un periodo storico in cui l’identità maschile classica è messa almeno parzialmente in discussione e in cui sempre più giovani maschi si spostano verso l’estrema destra, in Italia e ancor più nel resto del mondo capitalisticamente sviluppato. In questo senso, una figura militare può fare ancora più presa nel loro immaginario: sono cresciuti con le orecchie piene dei due discorsi che abbiamo accennato, tra videogiochi di guerra e interventi dei carabinieri nelle scuole, in una società che guarda con diffidenza alle aperture verso il diverso e ancora maschilista in profondità, mentre nel futuro si affaccia un possibile riarmo italiano ed europeo su vasta scala. 

Non si sa se Vannacci riuscirà a diventare il leader della destra italiana, ma la sua ascesa testimonia una verità sconsolante: il militarismo, che nella sua espressione più sfacciata dell’ex generale che vuole avere una parte nel potere politico del paese — e che finora era stato una presenza marginale nella politica italiana — è ormai stato sdoganato come una componente possibile o addirittura integrante nella vita politica del paese.


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