Quella volta che il presidente degli Stati Uniti si è nascosto in un container

La trattativa per lo stretto di Hormuz è ferma, con Trump che fa richieste irricevibili. Tra le altre notizie: il terremoto in Colombia, il futuro di Matteo Salvini, e un saggio di Mark Zuckerberg

Quella volta che il presidente degli Stati Uniti si è nascosto in un container
In partenza dalla Turchia, Trump saluta prima di andare a nascondersi. Foto dominio pubblico: Daniel Torok / Casa bianca

La trattativa per lo stretto di Hormuz continua a fatica: Trump ha ribaltato il tavolo dopo le ultime richieste di Teheran, che prevedevano anche il pagamento di riparazioni di guerra da parte di Washington. Il presidente statunitense ha detto che al contrario dovrebbero essere gli Stati Uniti a pretendere un risarcimento dall’Iran, per “50 anni” (sic) di danni. “Hanno chiesto soldi per i danni che abbiamo fatto. Ho detto: ottima idea… Bene, allora saremo noi a chiedere soldi per i danni che loro hanno fatto in un arco di 50 anni.” Secondo Trump i pagamenti dovrebbero coprire le morti tra le forze statunitensi nella regione e persino quelle tra i manifestanti iraniani — non è chiaro con che titolo. Il presidente ha sostenuto che “52.000 persone sono state uccise in Iran negli ultimi 4 mesi” — citando una cifra non verificata, e non confermata da nessuna organizzazione indipendente. Su Truth Social Trump ha rilanciato chiedendo che l’Iran risponda anche “dei danni e delle morti causate alle popolazioni in Libano, Siria, Yemen e Gaza,” e che risarcisca le famiglie dei 17 marinai uccisi nell’attentato del 2000 alla USS Cole — attacco di cui però fu responsabile al–Qaeda, non Teheran. (Al Jazeera / Truth Social)

È facile archiviare le dichiarazioni di Trump come l’ennesima boutade, ma dall’inizio del secondo round di attacchi è chiaro che il presidente — e il suo entourage — sono in grande agitazione di fronte al conflitto, andato fuori controllo. Un retroscena di New York Times e Washington Post rivela che il mese scorso, al termine del vertice NATO in Turchia, i funzionari dell’amministrazione avrebbero orchestrato uno schema piuttosto elaborato per far uscire Trump dal paese di nascosto, caricandolo dentro un container per il catering (!) e trasferendolo su un aereo militare, a causa di una presunta minaccia di morte contro lui, attribuita proprio all’Iran. Trump aveva detto che avrebbe lasciato la Turchia l’8 luglio a bordo della vecchia Air Force One, e non del lussuoso 747 donato dal Qatar con cui era arrivato, per “nostalgia.” In realtà, dopo essere salito sull’aereo davanti alle telecamere, sarebbe stato fatto scendere dal lato opposto attraverso un montacarichi per i pasti e trasferito su un terzo velivolo, con cui ha volato in segreto verso il Regno Unito. I giornalisti rimasti sul vecchio aereo, ignari di tutto, hanno finito per fare da esca. Parlando con la stampa tornato negli Stati Uniti, Trump ha prima minimizzato dicendo di non essere a conoscenza di alcuna minaccia specifica, salvo poi descriversi come costantemente nel mirino di Teheran. (the New York Times / the Washington Post)

La guerra sta logorando non solo i nervi del presidente, ma di tutto il suo partito. POLITICO riporta di come Hegseth non stia riuscendo a convincere il proprio partito a votare il piano da 1.500 miliardi di dollari voluto da Trump, con i repubblicani sempre più restii a bruciare capitale politico a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. Non aiuta il fatto che il conflitto abbia prosciugato le scorte di munizioni statunitensi: su questo fronte, riportano le fonti del magazine, Trump è più critico di Hegseth di quanto appare in pubblico. Anche la richiesta di altri 60 miliardi per la guerra in Iran, che era passata alla Camera, ora è arenata al Senato. Tra chi chiede più trasparenza sulle operazioni militari e chi teme il voto impopolare, per sbloccare il voto l’amministrazione Trump II dovrà fare importanti concessioni ai senatori. (POLITICO)