Un referendum su Donald Trump

Oggi gli elettori statunitensi ci dicono se gli sono piaciuti i dazi e la guerra. Tra le altre notizie: il ministro dell’Interno francese difende granate e gas lacrimogeni, ulteriori incertezze sull’acquisizione dell’ex–Ilva, e la storia dell’attacco hacker contro i supermercati

Un referendum su Donald Trump
foto: dominio pubblico, Casa bianca

Il nome del presidente degli Stati Uniti non è sulla scheda, ma questa volta più ancora di altre il voto alle elezioni di metà mandato sarà un vero e proprio referendum sull’attuale inquilino della Casa bianca. Oggi negli Stati Uniti si decide il controllo del Congresso, e di conseguenza quanto spazio d’azione avrà Trump nei prossimi due anni. Ai democratici servono 3 seggi in più alla Camera e 4 al Senato per conquistare la maggioranza in entrambe le camere. Secondo i sondaggi la cosa sarebbe fatta alla Camera, mentre invece al Senato la partita sarebbe ancora aperta — il controllo del Senato è particolarmente importante perché permetterebbe di bloccare importanti nomine, tra cui, in caso di posti vacanti, anche alla Corte suprema. È facile spiegare la rimonta democratica di questi mesi, anche se il partito non ha fatto molto per meritarsela — tra dazi, prezzi sempre più alti e guerra in Iran, anche aree dove una vittoria dei candidati trumpisti dovrebbe essere ovvia possono essere contese: in particolare, l’esplosione dei prezzi di diesel e fertilizzanti ha messo in discussione il supporto degli Stati Uniti più rurali, che già hanno dovuto sopportare il peso delle ritorsioni contro i dazi. Non si può però dare per scontato che sarà un’“ondata blu”: molti candidati hanno vantaggi ridotti, per cui l’affluenza sarà decisiva, e ogni corsa è da guardare a sé stante. (Reuters / Slate / Reuters)

La battaglia su chi può votare resta al centro dell’esito elettorale: alla vigilia del voto, la Corte suprema ha respinto senza dissensi la richiesta urgente dell’amministrazione Trump II di accantonare le schede riconducibili a circa 20 mila elettori californiani, che secondo elenchi — contestati per la loro affidabilità — non sarebbero davvero cittadini. Una giudice ha anche bloccato il tentativo del dipartimento di Giustizia di bloccare preventivamente (!) la certificazione del voto per il Senato. Il New York Times collega questa offensiva all’eredità del 2020: la falsa narrazione dell’elezione rubata continua a orientare un’amministrazione che presenta i propri interventi come necessaria applicazione delle leggi contro il voto illegale. Secondo Talking Points Memo, il pericolo più plausibile non è un unico colpo di mano nazionale, ma una serie di contestazioni nelle gare più strette capace di trascinare l’incertezza oltre la notte elettorale: per questo i candidati progressisti e le molte organizzazioni della società civile insistono su una mobilitazione di massa, che renda impossibile questionare l’esito elettorale. (Common Dreams / TruthOut / the New York Times / Talking Points Memo)

Intanto, la guerra contro l’Iran continua nonostante le preoccupazioni elettorali: lunedì sera l’esercito degli Stati Uniti ha colpito obiettivi iraniani nello stretto di Hormuz — i media iraniani parlano di esplosioni sull’isola di Qeshm. Un funzionario statunitense citato — anonimamente — da Associated Press ha descritto gli attacchi come “difensivi,” contro sistemi missilistici terra–aria che sarebbero stati impiegati contro mezzi statunitensi. Solo poche ore prima Trump aveva risposto un secco “no” alla domanda se intendesse riprendere gli attacchi contro l’Iran — anche dopo il voto. Nel frattempo, la trattativa resta quanto mai faticosa: il Qatar ha intensificato i propri impegni di mediazione, ma da Teheran arriva un monito esplicito: la risposta iraniana a una nuova ondata di attacchi sarà “più dura e più ampia” di quanto visto finora. (Associated Press / X / the New Arab / Middle East Eye)