La fine dell’era trumpista della politica statunitense
Negli Stati Uniti come in Europa l’estrema destra cerca di capire che futuro ha fuori da Trump. Tra le altre notizie: un report dagli 11 giorni di raid delle IDF a Hebron, la strage sul lavoro continua senza sosta, e negli Stati Uniti hanno perso le elezioni anche i data center
La sconfitta alle elezioni di metà mandato è stata così umiliante che anche all’interno del Partito repubblicano non c’è stato spazio per negare l’ovvio: in un lungo post su X, in cui per certi versi si sgancia dalla sua stessa amministrazione, JD Vance scrive che “la ragione per cui abbiamo perso è la guerra.” Non è una rottura esplicita con Trump — anche Trump ha detto che le elezioni sono state perse per via della guerra — ma la presa di distanze è evidente: Vance, tra le righe, pone al presidente e al resto del partito una domanda: ne è valsa la pena? È un evidente primo tentativo di separare il proprio futuro politico dal bilancio dell’amministrazione Trump II, in quella che secondo molti commentatori è un’anticipazione della sua corsa per la successione a Trump. (X / Responsible Statecraft / CNN)
Se queste elezioni sono la fine del trumpismo, non vuol dire che siano necessariamente l’apertura di una stagione progressista per gli Stati Uniti: quello che è chiaro è che ora si apre uno spazio politico enorme, a destra tanto quanto al centro, e la contesa per chi riuscirà a occuparlo, e con quali politiche, è appena iniziata. Nella ricostruzione di Vance, che dice di averne parlato con un sondaggista di cui non fa il nome, gli elettori passati dai repubblicani ai democratici chiedevano soprattutto 4 cose: finire la guerra, affrontare il costo della vita sempre più alto, mettere al primo posto gli interessi statunitensi — qualsiasi cosa voglia dire questa espressione — e cambiare il rapporto di Washington con Israele. Storicamente, i presidenti che devono condurre la seconda metà del proprio mandato senza il sostegno del Congresso guardano alla politica estera — in questo caso sarà difficile, perché la guerra non è rimasta una vicenda lontana, l’esplosione del costo della vita ha confermato a tanti elettori statunitensi che Washington ha altre priorità rispetto al benessere dei propri cittadini. (the Nation / Responsible Statecraft)
Ovviamente, non è vero che i repubblicani hanno perso solo per la guerra in Iran: Vance sceglie questa semplificazione perché è quella che lo avvantaggia di più a diventare il successore di Trump, ma in realtà molte delle politiche dell’amministrazione si sono rivelate estremamente impopolari, dai dazi alle deportazioni — le elezioni sono state un fallimento complessivo del trumpismo. Che Trump stia diventando un problema per il partito, invece che una risorsa, non poteva essere più chiaro nelle ore successive al voto: mentre il suo partito rifletteva su come comunicare vicinanza agli elettori nel bel mezzo della crisi del costo della vita, il presidente ha portato i giornalisti nel cantiere della nuova sala da ballo presidenziale, per sfoggiarne i lussi. Già quest’estate, nei focus group per le corse al Senato in Michigan e Iowa, elettori repubblicani e indipendenti avevano espresso insofferenza per l’ossessione di Trump per la sala da ballo e i lavori a Washington: lo ha riferito a Reuters un consigliere del partito — l’impressione generale sembra essere che Trump sia concentrato su garantirsi una propria eredità “monumentale,” mentre agli elettori viene chiesto di sopportare un presente sempre più difficile. (Vox / Reuters)
Allo stesso modo, non è detto che la fine del trumpismo riporti la destra verso posizioni meno fascistoidi, anzi: sono molte le voci nell’estrema destra, altrimenti “lealisti” di Trump, che ora vorrebbero abbandonarlo, proprio perché avrebbe tradito l’agenda nazionalista. C’è chi, come Laura Loomer, fedelissima a Trump, spera che questi due anni servano proprio a questo, per una sorta di “resa dei conti” con le forze progressiste del paese. Si vede anche in Europa: Bardella, Weidel e Salvini hanno fatto tutti un passo a lato sul proprio supporto a Trump, criticando soprattutto la guerra e le sue conseguenze economiche. Non c’è niente da fraintendere, non è un cambio di posizione — solo Weidel, per altro, ha nominato espressamente il presidente statunitense: l’obiettivo è conservare la spinta nazionalista e fascista di Trump, cercando di evitarne il costo elettorale e politico. (HuffPost / Reuters)